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A pagina 25 dell’edizione del Corriere della Sera del 3 gennaio 2017 è pubblicato un breve articolo della scrittrice Dacia Maraini dal titolo “La gentilezza nelle nostre parole per ricominciare”. Credo meriti attenzione e non potendo pubblicarlo per intero, ne riporto ampi stralci.

Prendendo spunto dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, che ha parlato “di un veleno che si è infiltrato nelle vene della circolazione sanguigna del Paese e si è insinuato nei rapporti della comunità suscitando sospetto, astio, livore e intolleranza”, Maraini fa una riflessione sul linguaggio, a mio modo di vedere, molto interessante.

Ella afferma “Il linguaggio esprime il pensiero collettivo, anche quando non ne è consapevole, il linguaggio disegna i rapporti”.

E poi continua “Non ci rendiamo neanche conto che stiamo usando sempre di più un linguaggio rabbioso e guerresco”. Ciò che connota il clima di guerra è l’impoverimento della realtà: il mondo si divide tra i nemici da abbattere e gli amici da salvare. E cosa rende il mio prossimo un amico o un nemico? L’amico la pensa esattamente come noi; in caso contrario è un nemico.

Maraini contrappone la cultura alla guerra, affermando in modo sublime “la cultura è complessa e problematica. La guerra invece semplifica, taglia, appiattisce, rifiuta le distinzioni, non ammette l’attenzione verso l’altro. La guerra affonda le sue radici nei più arcaici e semplici impulsi di sopravvivenza: uccidere o essere uccisi”.
Per contro “la cultura cerca la comprensione del diverso, la consapevolezza, il senso di responsabilità, il perdono, la gioia di vivere e di amare, la giustizia e le regole di convivenza.”.

Ella allora lancia un avvertimento: “Spesso il cambiamento di linguaggio precede un cambiamento di clima sociale e finisce per sfociare in una guerra vera, fatta di bombe, mitragliatrici, strazio e morte.”

Quindi se vogliamo evitare che dalla guerra di parole si passi ad una guerra vera, dobbiamo iniziare a fare più attenzione a come usiamo il linguaggio.
“La riscoperta di parole come creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza. Non sono le parole della debolezza ma della vera forza, quella del pensiero complesso e dell’intelligenza sociale. Torniamo a parlare di idee e non solo di appartenenza. Torniamo a confrontarci sui progetti per il futuro, senza affidarci a quella triste pratica.”.

Queste parole riecheggiano in me quelle usate da Papa Francesco nell’Udienza Generale del 13 maggio 2015. Riferendosi alla vita familiare, spiegava il valore di tre parole: “permesso?”, “grazie” e “scusa” non intese meramente come segno di “buona educazione” bensì come stile dei buoni rapporti radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro.

Mi viene da pensare che, senza aspettare una complessa conversione del mondo, possiamo da subito incominciare a praticare i valori di “creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza” nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, con gli amici e più in generale nelle numerose occasioni di vita sociale che ognuno quotidianamente sperimenta. E tra questi includo anche i social networks, ambiti di moderna socialità virtuale.

Aggiungerei infine un ultima attenzione: l’ascolto. Fare silenzio dentro di se per lasciare spazio all’altro può essere un esperienza di straordinaria bellezza.

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Dalla fine di Luglio è in edicola il numero 285 de IL FOTOGRAFO, edizione Agosto-Settembre 2016.

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Perché menziono la prestigiosa rivista italiana di fotografia diretta da Denis Curti, fondatore di STILL e direttore di artistico della Casa dei TRE OCI di Venezia?

Il motivo è tutto personale.

A pagina 82, nella rubrica Miniportfolio curata dall’editor Michela Frontino, viene presentato un mio lavoro dal titolo “Autobiografia”.

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Per comodità di lettura del testo riporto anche le due pagine separate.

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Ho avuto l’occasione di incontrare Michela per la prima volta il 24 ottobre 2015 a Milano durante l’iniziativa di Portfolio Review organizzata da SPREA, l’editore della rivista IL FOTOGRAFO. Avevo proposto alla sua analisi un portfolio di una decina di immagini scelte da una serie di fotografie che avevo selezionato in circa 2 anni di scatti. Era la mia prima esperienza di lettura di un portfolio fotografico e rimasi colpito da come Michela era riuscita in poco tempo, 20 minuti, a mettersi in sintonia con il mio lavoro, rielaborando la sequenza che le avevo proposto e proponendomi una chiave di lettura differente da quella che avevo elaborato io. Mi fa molto piacere quando qualcuno guarda le mie immagini e non mi chiede cosa volevo dire ma condivide con me quello che le mie immagini suggeriscono in termini di emozioni e pensieri.

I contatti con Michela sono proseguiti dopo questo nostro primo contatto ed ho condiviso con lei l’intero lavoro fotografico da cui quelle immagini era state scelte. Mi ha proposto la pubblicazione sulla rivista e io ne sono stato ben lieto per l’opportunità che mi è stata offerta di dare visibilità al mio lavoro. Ho molti motivi di soddisfazione personale legati a questa pubblicazione; tuttavia mi ritengo particolarmente fortunato perché ho avuto l’occasione di conoscere una persona gentile, educata e piena di entusiasmo per il suo lavoro come Michela Frontino, una giovane editor molto preparata e rigorosa, prodiga di consigli e suggerimenti.

Per quanto riguarda il lavoro presentato sulla rivista non ho molto da aggiungere a quanto è stato scritto nell’articolo preparato da Michela. Aggiungo solo che l’idea di indagare attraverso la fotografia le mie dimensioni personali del buio e della luce è nata a seguito di alcuni incontri personali che ho avuto negli anni 2014 e 2015 con Toni Thorimbert, il quale mi ha incoraggiato ad esplorare un uso della fotografia non certo usuale per me.

A questo link potete trovare il mio lavoro fotografico nella sua interezza. Sarò particolarmente grato a chi vorrà condividere con me quello che tale lavoro gli/le suggerisce.

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Dai Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961

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Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.
Grave colpa da parte mia, lo so!
E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

di Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975)

 

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione.
All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare….
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.

di Rosaria Gasparro, maestra elementare

 

Credo fermamente a quanto riportato, avendo improntato la mia vita ai principi enunciati.

Da Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler ( 1918)

Passato era il suo tempo! E si confessava anche quanto altrimenti cercava di nascondersi con particolare solerzia, cioè che anche i suoi sforzi letterari e persino il suo libello contro Voltaire, nel quale aveva riposto la sua ultima speranza, sicuramente non sarebbe mai stato un tale successo da giungere lontano. Anche per quello era troppo tardi. Sì, se in anni più giovani avesse avuto il tempo e la pazienza per occuparsi seriamente di cose consimili – lo sapeva bene – sarebbe stato pari ai primi poeti e filosofi del suo secolo; allo stesso modo in cui la grande perseveranza e cautela che gli erano proprie avrebbero fatto di lui il più eccelso dei finanzieri o dei diplomatici.” (…) “Ma rimpiangeva ciò che dell’esistenza poteva aver perduto in questo eterno cercare e mai-o-sempre trovare, in questo eterno fuggire di brama in piacere e di piacere in brama? No, non rimpiangeva niente. Aveva vissuto la sua vita come nessun altro; e non la viveva ancora oggi a modo suo?

Un immagine letteraria che mi induce a riflettere… e a riflettermi…

Ciò che sono.

Ciò che avrei potuto essere e non sono diventato.

Nessuno!

Ma Nessuno è il mio eroe, di cui ammiro il coraggio e l’ingegno.

Ciclope, mi chiedi di nuovo il nome famoso, ed io te lo dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e Nessuno mi chiamano tutti gli altri compagni e sono il condottiero di questi marinai che si sono persi a causa della tempesta.

Un Nessuno a cui mi ispiro nel mio essere nessuno.

Sereno nel mio anonimato. Senza volto…

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Parigi, 17 febbraio 1903

Egregio Signore,

                          la vostra lettera m’ha raggiunto solo qualche giorno fa. Voglio ringraziarvi per la sua grande e cara fiducia. Poco più posso. Non posso entrare e diffondermi sulla natura dei vostri versi; ché ogni intenzione critica è troppo remota da me. Nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico: si arriva per quella via sempre a più o meno felici malintesi. Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura.

[‘]

Voi mi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. LI spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo soprattutto voi non dovreste fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrare in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice ‘debbo’, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore; evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria. Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti.

[‘]

Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni. Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir fuori. [‘]

Ma forse anche dopo questa discesa in voi stesso e nella vostra solitudine dovrete rinunciare a divenire poeta; (basta, come ho detto, sentire che si potrebbe vivere senza scrivere, per non averne più il diritto). Ma anche allora questa immersione, di cui vi prego, non sarà stata invano. La vostra vita di lì innanzi troverà senza dubbio vie proprie, e che vogliano essere buone, ricche e vaste, questo io ve lo auguro più che non possa dire.

Che vi debbo ancora dire? A me tutto sembra accentuato secondo il suo merito; e in fine volevo consigliarvi ancora solo di sostenere lo sviluppo calmo e serio; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori e attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa.

Brano tratto da “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke (Adelphi, 1980).

Ogni volta che leggo questo brano mi emoziono e ritrovo la strada, la mia strada. Ma provo anche nostalgia, nostalgia per questi maestri che oggi più di ieri sono rari.

Suvvia, dunque, ditemi! Per cosa abbiamo rinunciato a questa gentilezza d’animo? Per quale progresso abbiamo rinunciato a questo rispetto, non solo formale, del maestro verso le ansie e le titubanze dell’allievo?

Dove, dove sono finiti i buoni maestri?

Non ho risposte. Purtoppo.

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(Joan Mirò – Senza Titolo – Olio e acrilico su tela)

Da tempo mi sto interrogando su quale sia il mio rapporto con l’arte.

Sono un ingegnere, non un’artista. Dovrei forse accontentarmi di ammirare le opere degli artisti? Trarre conforto dalla vista delle loro creazioni? Sforzarmi di penetrare il loro mondo, i loro pensieri, le loro emozioni? Anche, ma non solo!
Io non mi accontento di assumere un ruolo passivo di fronte all’arte. Se l’arte è l’espressione sublime delle emozioni dell’uomo, ciò che rende visibile l’invisibile, tanto per citare Franco Fontana, per quale motivo io dovrei privarmi della possibilità di utilizzare l’arte per esprimere le mie di emozioni?
Ovviamente questo non fa di me un’artista come il fatto di dilettarmi di fotografia non fa di me un fotografo. Mi impegno e cerco di fare del mio meglio, con le conoscenze e gli strumenti anche culturali di cui dispongo, per esprimere le mie emozioni con delle opere originali che sono frutto della mia inventiva.

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(Vassily Kandinsky – Geld-Rot-Blau, 1925, Olio su tela)

Guardo le opere che i grandi artisti hanno realizzato per avere la consapevolezza di quali vette eccelse possono essere raggiunte dall’animo umano. Ma io non intendo sprecare la mia vita nel vano tentativo di ripercorrerne le tracce; cerco piuttosto di trarre da loro forza ed ispirazione per percorrere il mio cammino.

Sono infatti convinto che il valore di ciò che sono in grado di fare sta nel fatto che sono io a realizzarlo con le mie forze, nel modo unico e irripetibile che mi è proprio. Cito a tal proposito quanto afferma il filosofo Martin Buber nel suo prezioso saggio “Il cammino dell’uomo“:

Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Perché, in verità, che questo non accada è ciò che ritarda la venuta del Messia”. Ciascuno è tenuto a sviluppare e dar corpo proprio a questa unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro – fosse pure la persona più grande – ha già realizzato. (…) Siamo qui in presenza di un insegnamento che si basa sul fatto che gli uomini sono ineguali per natura e che pertanto non bisogna cercare di renderli uguali. Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. E infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo.

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(Jackson Pollock – Number 27, 1950, Olio, smalto e pittura di alluminio su tela)

E’ con questo spirito che da un paio d’anni ho iniziato a scrivere dei componimenti poetici. Non penso certo di essere un poeta ma cerco, con le capacità che ho, di fermare, di serbare il ricordo delle emozioni e dei pensieri che si agitano in me. Ognuno di loro è un piccolo pezzo della mia anima.

C’è una poesia di Alda Merini che meglio di mille parole interpreta ciò che io provo nel mio modesto poetare:

Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole
di parole scelte sapientemente
di fiori detti pensieri
di rose dette presenze
di sogni che abitino gli alberi
di canzoni che facciano danzare le statue
di stelle che mormorino
all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia
la pesantezza delle parole
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Se siete interessati a leggere qualche mio componimento, vi rimando alla pagina di questo sito che raccoglie in ordine cronologico le poesie che ho composto e che per l’appunto si intitola POESIE.

Sia chiaro: non vi è alcun autocompiacimento in questa mia iniziativa. Non pubblico i miei componimenti perchè ritenga di essere un poeta, come non pubblico le mie fotografie perchè ritenga di essere un fotografo. Lo faccio piuttosto nella convinzione che il confronto con il prossimo sia importante per la mia crescita personale. Insomma se uno se la canta e se la suona, è sempre bravo e non ha stimoli per crescere. Se invece si cerca serenamente il confronto con gli altri, si può avere l’opportunità di ricevere dei feedback che possono aiutare a crescere.

Sono consapevole che pochi hanno voglia di ascoltare e di mettersi in gioco. Ma proprio perchè sono rari e preziosi, quelli che sono disponibili a dedicarmi del tempo sono molto importanti per me. Le idee migliori mi sono venute confrontandomi con loro e non chiudendomi nel mesto isolamento di chi si piange addosso perchè gli altri non lo comprendono.

Siamo alla fine dell’anno ed è tempo di bilanci. Non sfugge a questa regola anche l’originale iniziativa di Simone Spiritelli e Mattia Cussolotto che il 20 ed il 21 dicembre hanno nuovamente aperto la loro casa per accogliere i numerosi visitatori, molti dei quali possono ormai considerarsi degli habitué; è grazie al loro passaparola se l’evento di Pille sta avendo sempre più successo ed attenzione.

E’ stata anche l’occasione per salutare e ringraziare i numerosi artisti che hanno esposto nella open house, come si può apprezzare dal lungo elenco di nomi che caratterizza l’invito per l’evento di questo mese.

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Nelle immagini che seguono alcune delle opere esposte degli artisti che si sono succeduti nella casa.

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Gli artisti presenti questo mese sono quattro.

Le sorelle Annamaria e Mariangela Tondello di Romano d’Ezzelino (Vicenza) hanno esposto le loro preziose icone.

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Il friulano Gianni Osgnach, da tempo trasferitosi in terra mantovana, ha esposto i suoi oggetti di design ed i gioielli d’erba e corteccia, oggetti unici ed originali.

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L’ultimo artista in esposizione è il giovane Rocco Osgnach, figlio di Gianni, con le sue opere di grafica e disegno ove utilizza pigmenti come l’ossido di Zinco.

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La casa di Simone e Mattia è un caleidoscopio di emozioni stimolate dagli innumerevoli spunti visivi. Oltre agli oggetti d’arte non mancano le originali creazioni sartoriali per le signore.

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e gli immancabili gioielli creati dalla fantasia di Simone.

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Il prossimo appuntamento con la open house di Simone e Mattia a Pille di Monzambano (MN) è a giugno 2016.

Auguro a tutti i miei lettori un sereno 2016, ricordando a chi fosse interessato che è possibile ricevere una notifica per i nuovi articoli del mio blog lasciando il proprio indirizzo mail nell’apposita casella del menù.

 

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C’è una piccola ma importante novità sul mio sito www.maurizioandreola.it.

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Grazie!

Puntuale anche a Novembre è arrivato l’appuntamento con la open house di Simone Spiritelli e Mattia Cussolotto ed il loro evento E20 Pille 73.

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L’ambiente familiare favorisce l’instaurarsi di un clima disteso che permette agli ospiti di conoscere gli artisti che espongono e di scambiare con loro pensieri e riflessioni. Si instaura dunque un approccio all’arte più diretto e meno distaccato. A me tutto questo piace molto.

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La cucina è sicuramente l’ambiente dove più facilmente si socializza.

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Gli artisti che esponevano erano ben quattro: uno scultore, un pittore e fotografo, un artista del feltro e un orafo.

Il primo artista è lo scultore Nicola Biondani, un amico che ho conosciuto a Pille insieme alla sua compagna, la brava curatrice d’arte Elisabetta Pozzetti, fin dal primo evento a cui ho partecipato. Di lui scrive la critica d’arte Elena Alfonsi: “Biondani è artista della naturalezza priva dell’invenzione di situazioni insolite, con la certezza della centralità dell’uomo in autentiche testimonianze di vita quotidiana.”.

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Nelle immagini che seguono alcune delle opere di Biondani in esposizione.

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Il secondo artista è il poliedrico Davide Longfils, pittore, musicista e fotografo!

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Riflettendo sui dipinti di Longfils esposti a Pille, Elena Alfonsi afferma: “Se negli occhi di un pensatore c’è sempre un paesaggio libero, la natura è l’origine di ogni ispirazione, un apostolato di bellezza che combatte ogni tipo di violenza e soprattutto i grandi equivoci della massa.”.

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Ma Longfils oltre che pittore è anche fotografo e in stanza da letto sono esposte tre fotografie di grande formato che ho riprodotto nelle immagini che seguono.

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La terza artista in esposizione questo mese è l’amica Esther Weber che crea opere uniche combinando il feltro con la luce.

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Il quarto ed ultimo artista esposto è il maestro orafo padovano Fernando Betto con la sua Oficinad’Arte e le sue creazioni uniche.

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Per ultimo vorrei segnalare che oltre agli artisti esposti ogni mese, nella open house sono sempre presenti alcune creazioni sartoriali per donna con originali accessori

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e le importanti creazioni di gioielleria di Simone Spiritelli.

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Il prossimo evento è in programma il 20 dicembre.

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Ho il cuore gonfio di tristezza per i caduti dei recenti folli attentati terroristici che a Parigi, a Beirut ed in molte altre parti del mondo mietono vittime innocenti sull’altare di un totalitarismo folle ed ideologico che vuole uccidere la libertà e non ha alcun rispetto ne per l’uomo ne per Dio.
Provo sdegno e non voglio abbassare la testa!

Lontano dalle mille inutili polemiche di queste ore, vorrei condividere una bella e famosa poesia con chi ha la gentilezza di leggermi.
E’ un regalo molto gradito che ho ricevuto per il mio odierno compleanno.

Vi racconto dunque la storia del poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903).
William, figlio di un libraio, era il maggiore di 6 fratelli ed all’età di 12 anni si ammalò gravemente di tubercolosi che lo colpì alle ossa. A seguito di ciò e per permettergli di vivere, all’età di 20 anni subì l’amputazione della parte inferiore della gamba sinistra.
William, dotato di una grande forza d’animo, non si scoraggiò mai ed affrontò la malattia che non gli dava tregua; studiò ed intrapprese poi la carriera di giornalista.
L’amico e scrittore scozzese R.L. Stevenson si ispirò alla sua figura per il personaggio del pirata Long John Silver ne L’isola del tesoro.

Nel 1875, mentre si trovava nel suo letto d’ospedale, William scrisse la sua poesia più celebre, Invictus.

(EN)

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

(IT)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Questa bellissima poesia fu di conforto per Nelson Madela negli anni della sua lunga prigionia nelle carceri sudafricane durante il regime dell’apartheid.
C’è una bellissima sequenza del film Invictus del 2009, diretto da Clint Eastwood ed interpretato da Morgan Freedman e Matt Damon, in cui la poesia viene recitata in modo magistrale. La potete trovare a questo link https://youtu.be/O0xQmUOCf9Y.

Questi giganti dell’umanità sono per me fonte d’ispirazione ed il loro esempio mi aiuta ad affrontare le fatiche di ogni giorno ed è di sprone per proseguire indomito il mio cammino, ovunque esso mi conduca.

Con questo spirito dedico a tutte le persone che mi vogliono bene e mi sono state e mi sono vicine un mio piccolo componimento dal titolo La collina.

Credevo di aver scalato una montagna,
invece, mi sono ritrovato su una collina.

Arrivare fin qui mi è costato tempo e fatica.
Ripido ed accidentato è stato il sentiero,
non ritto il mio incerto incedere.

Sulla sommità ho cercato ristoro.
Mi guardo intorno spaesato.
Solo altre colline mi circondano!

Ma, si riaccende la speranza,
scorgo in lontananza alte vette!
Là vorrei andare!

Suvvia dunque, alzati,
raccogli le tue cose.
Non indugiare!

E’ ora di riprendere il cammino.

Nell’ultimo tratto del mio viaggio,
la luce del meriggio autunnale,
calda e ricca di sfumature,
mi accompagnerà alla meta,
qualunque essa sia.

L’inverno si avvicina,
ma non lo temo.
Troverò un rifugio che mi accolga.