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Tutto ha inizio con questa immagine

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che ai lettori più attenti richiamerà alla memoria le immagini, certamente più prestigiose, di Hiroshi Sugimoto. Mi riferisco in particolare alla serie Seascapes.

Nonostante questi illustri richiami, devo dire che sono arrivato alla mia immagine seguendo percorsi totalmente indipendenti. Queste le mie riflessioni.

Un pomeriggio d’autunno passeggiavo sul lungolago e volgendo lo sguardo verso nord, ho avuto la vista che vi ripropongo nella mia fotografia.
Era una di quelle giornate, come ce ne sono tante in autunno, in cui tutto sembra sospeso ed immobile.
Il lago visto dal lungolago di Desenzano sembra proprio immenso e in quella giornata questa sensazione di immensità era amplificata dalla foschia che impediva di cogliere le sponde più lontane.
Il mio sguardo si muoveva lentamente in quello che sembrava proprio uno spazio infinito ma non uniforme. C’era un elemento di discontinuità su cui il mio pensiero si concentrava: l’orizzonte. L’orizzonte tra un cielo uniformemente infinito ed il lago completamente calmo ed altrettanto, all’apparenza, infinito.

Questo stato di sospensione tra i due elementi, acqua ed aria, mi hanno ispirato le parole che condivido con voi.

L’ORIZZONTE

Lascio che le domande non trovino risposta.
Che nei miei pensieri
io sia libero di vagare senza meta.
Felice di galleggiare in un oblio senza tempo,
in cui la bellezza scorre senza tregua,
fino a sfinirmi.
Lascio che la vita scorra
e che i miei occhi si riempiano di meraviglia
per la vita che scorre.

Maurizio Andreola, 19/11/2013

In questa foto non c’è nulla. Solo la linea di discontinuità tra l’acqua e l’aria, l’orizzonte.

Questa situazione mi ispira un senso di solitudine che tuttavia non evoca pensieri negativi, anzi.
Il vuoto, la solitudine, il silenzio sono spazi interiori che permettono di cogliere ciò che non è apparente.

Ho un grande desiderio di tornare ad immergermi ma non nelle acque di un mare o di un lago; bensì nelle profondità del mio spirito. Credo che laggiù dove tutto è silenzio e quiete, io troverò il mio Dio. Quel Dio che a lungo ho cercato e solo a tratti ho trovato, quando attraverso un esperienza dolorosa mi veniva naturale immergermi e cercare rifugio nell’intimo di me stesso.

Queste riflessioni richiamano alla mia memoria le parole di Gabriele Basilico nel libro “Lezioni di Fotografia: Abitare le metropoli”, ed. Contrasto (2013) a me particolarmente care:

Basilico

Che queste riflessioni siano propizie alla vostra meditazione.

Lunedì 30/03/2015 è andato in onda su SKY ARTE la puntata della serie Fotografi dedicata a Toni Thorimbert.

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E’ stata una bella trasmissione che ha consacrato il valore di uno dei grandi nomi della fotografia italiana. Toni è emerso in tutta la sua umanità ed è stato possibile apprezzarne le grandi qualità e lo spessore di una personalità ricca e complessa.

Toni è il mio mentore in campo fotografico ma i suoi insegnamenti e consigli vanno ben oltre la passione fotografica. Ho conosciuto Toni nel gennaio 2014, avendo aderito ad una sua proposta di Counseling fotografico personalizzato One to One. Poter stare a tu per tu con lui per più di 2 ore a parlare di fotografia e non solo, è un esperienza che non si dimentica. Abbiamo la stessa età ma percorsi di vita diversissimi; eppure la sua grande sensibilità ed umanità me lo rende molto vicino.

Durante i nostri incontri, Toni mi ha assegnato due temi che hanno messo a dura prova la mia passione fotografica; il primo tema è stato “il mio buio”. Il secondo tema è stato “la mia luce”. Forse parlerò di questi temi in un altro post; qui basti dire che ho dovuto impegnarmi a fondo per riuscire a svolgerli.
Quando gli ho portato le stampe, Toni è stato così attento nella lettura del mio lavoro che è stato capace di darmi la chiave per interpretare quanto avevo fatto e mi ha permesso di comprenderne il significato profondo. E’ stato come se lui mi avesse letto dentro, conoscendomi da sempre.
Questa esperienza è stata per me una folgorazione che mi ha portato ad appassionarmi ancora di più alla fotografia e a cambiare completamente approccio verso di essa. Forse non diventerò un fotografo più bravo; un uomo migliore si. Perché Toni mi ha aiutato a sfruttare tutto il potenziale terapeutico intrinseco nella fotografia e mi ha permesso di collegare il mio io più profondo alle immagini che cerco e che produco.

Se avete perso la puntata su SKY e queste mie brevi note vi hanno fatto venir voglia di conoscere meglio Toni come uomo e come fotografo, vi suggerisco di guardare la registrazione audiovideo della lectio magistralis tenuta da Toni Thorimbert il 27 giugno 2013 presso il Salone d’Onore de La Triennale di Milano nell’ambito delle iniziative promosse dall’associazione AFIP International presieduta da Giovanni Gastel.

Buona visione!

Si conclude con oggi la 5^ edizione del MIA Fair a Milano.

Per me è un appuntamento fisso che attendo, di anno in anno, come un occasione per fare una scorpacciata di fotografia. Mi piace fotografare e produrre i miei lavori. Altrettanto mi piace vedere il lavoro di altri autori.

Sabato scorso ho visitato la fiera e condivido con chi vuole le mie impressioni su questo evento, unico nel suo genere nel mondo della fotografia italiana, senza avere di certo la presunzione di fare una puntuale recensione di questa importante manifestazione.

Quest’anno il MIA Fair non era ospitato nella storica sede del SuperStudio Più di Via Tortona, 27 bensì nei nuovi spazi di The Mall a Porta Nuova, sotto la Diamond Tower, al centro del nuovo distretto di Milano, tra Piazzale della Repubblica e Via Melchiorre Gioia, in cui si respira l’atmosfera Newyorkese e si gode della magnifica vista dei grattaceli che hanno cambiato lo skyline della città.

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Code all’ingresso di circa mezz’ora, segno che la manifestazione è sentita e l’organizzazione della biglietteria non è delle migliori.

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Appena entrati si ha subito l’impressione che la nuova sede offra uno spazio più raccolto della vecchia. In effetti il numero di espositori si è ridotto dai 180 dell’edizione 2014 ai 145 di quella 2015, circa il 20% in meno.

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Girando tra i vari stand, uno per ogni autore, com’è nella tradizione del MIA Fair, ho notato che c’è la tendenza ad aumentare notevolmente le dimensioni delle stampe.

Sarà un caso ma uscendo dalla stazione MM di Repubblica non ho potuto fare a meno di notare l’immenso tabellone pubblicitario della Apple in cui campeggiava una fotografia scattata con l’iPhone 6 che occupava l’intera superficie di un palazzo di una dozzina di piani.

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Se posso comprendere le necessità della pubblicità di attrarre la nostra attenzione, capisco meno la necessità di ingigantire le stampe fine art. A meno che non siano destinate a grandi sale in luoghi pubblici, come, in epoche precedenti, i pittori si dedicavano alla creazione di grandi tele che avevano una normale collocazione nelle chiese.
Per contro ho apprezzato il minimalismo e l’eleganza delle immagini collocate nello stand di Giovanni Gastel che, di dimensioni normali e affiancate le une alle altre, ricoprivano interamente le tre pareti dello stand messo a disposizione dell’autore in qualità di proposta MIA.

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Mi ha colpito la presenza di molte immagini create dalla sovrapposizione di più immagini, come negli esempi che vi riporto,

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(foto di Davide Bramante)

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(foto di Francesca Della Toffola)

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(foto di Marco Lanza)

oppure di immagini a mosaico come quella sotto riportata, la cui tecnica credo possa ritenersi derivata da quella di Maurizio Galimberti. L’immagine che vi propongo, sicuramente molto interessante, ha peraltro dimensioni tali da occupare l’intera parete dello stand.

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(foto di Manuel Felisi)

Ho notato infine la presenza di un certo numero di immagini di mosso, anche molto accentuato, in cui, a volte, il soggetto è riconoscibile ed altre invece che risultano completamente astratte.

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(foto di Roberto Polillo, figlio del mitico Arrigo Polillo, redattore capo della rivista Musica Jazz ed autore di numerosi libri sul Jazz)

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(foto di Jacob Gils)

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(foto di Betta Gancia)

Non mi permetto di esprimere un giudizio su queste tendenze, anche se il risultato in alcuni casi mi lascia perplesso.

Ho apprezzato invece alcuni tentativi di rendere unica un’opera mediante il ricorso ad innesti di materiale vario, come nell’esempio riportato nel seguito

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(foto di Kamil Vojnar)

e, sempre nel segno dell’unicità dell’opera, ho anche apprezzato la presenza dei Polaroiders Silvano Peroni, Carmen Palermo ed Alan Marcheselli nello stand del The Impossible Project.

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Tra i lavori che più mi hanno colpito, segnalo i seguenti.

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  • Vanitas di Drik Dickinson
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Per quanto riguarda l’edizione del MIA Fair di quest’anno, per ora, non ho altro da aggiungere. Gli spunti visivi, gli approfondimenti e le riflessioni proseguiranno per tutto un anno, in attesa della prossima edizione, alla quale mi riprometto di arrivare con una maggiore preparazione che mi permetta di fare una visita più consapevole.

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(il Coro – la Processione delle Decennali 2012 a Sabbio Chiese (BS), 16 settembre 2012)

Riflettevo in queste ore sul significato della Pasqua, sul mio essere Cristiano Cattolico e sulla violenza di chi, dichiarandosi Mussulmano, ha brandito la spada in nome di Dio contro chi chiama Dio con un altro nome.
Leggo attonito le atrocità commesse dall’uomo contro l’uomo e mi chiedo, senza trovare risposta, a quale oscuro destino i demoni che albergano nelle profondità del nostro essere ci condurranno.
Non sembrano sufficienti millenni di guerre, di dolore, di sopraffazioni per cambiare l’animo umano.

Abbiamo ancora speranza se anche Gesù, al culmine della sofferenza sulla croce, grida a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”?
Questo è il grido di chi, agnello sacrificale, subisce muto la macellazione: Dove sei Dio? Come puoi permettere che tutto ciò avvenga?
Non v’è risposta a questa domanda. Possiamo solo serbarla nei nostri cuori affinché ci accompagni nel nostro incerto incedere e rendere il nostro dubbio di solitudine assoluta di fronte al male che pretende la nostra cancellazione tra mille sofferenze come una fervida preghiera rivolta a Colui della cui esistenza non dubitiamo, sofferenti per la sua apparente indifferenza.

Poi un altro dubbio mi assale: e se questa fosse la via per incontrare Dio? Se questa fosse la sfida che Dio ci lancia per scuoterci dalla nostra opulente inerzia?
“E’ Dio che infligge il Venerdì Santo, quando e come vuole”, afferma il Papa Emerito Benedetto XVI.
Se questo è il nostro Venerdì Santo, noi che ruolo interpretiamo nella Via Crucis dell’Umanità? Cosa possiamo fare per alleviare le sofferenze di quei fratelli calpestati che oggi rappresentano il Cristo Crocefisso? Sento indifferenza intorno a me per la loro sorte e a tale indifferenza, condita da pelosi sofismi intellettuali, io mi ribello!

Oggi è Pasqua, Pasqua di Resurrezione. E’ il segno che il male e la morte verrà sconfitta. E’ la direzione verso la quale Dio indica di incamminarci. E’ un cammino lungo e difficile perchè richiede una profonda conversione e la perdita di ogni nostra sicurezza nell’abbandonarci all’abbraccio di Dio, così incerto eppure così saldo.
Per giungere alla luce è necessario attraversare il proprio buio. Non ci sono scorciatoie ne percorsi facilitati. Come fece S. Francesco dobbiamo imparare a far dialogare il nostro lupo interiore con l’agnello che noi siamo. Credo che questa sia la nostra salvezza: ricordarci che siamo fatti di un impasto indissolubile di bene e di male e che negare il male è un peccato altrettanto grave del negare il bene.

Vi lascio consigliandovi la visione di questo breve ma intenso filmato che, più di tutte le mie parole, evoca, almeno a me, il senso profondo della Pasqua vissuta ogni giorno: https://youtu.be/0v8twxPsszY. La bella storia che sta dietro a questo filmato la trovate sulla prima pagina del Corriere della Sera di oggi.

Buona Pasqua!

Ho sempre ammirato Marcel Duchamp come artista. La sua persona e le sue opere hanno ispirato un grande fotografo come Ugo Mulas (Ugo Mulas “La fotografia“, Ed. Einaudi, 1973).
Oltre alle opere di Duchamp “il Grande Vetro” e “Étant donnès“, una scultura che mi ha affascinato è la sua “Ruota di Bicicletta“, un ready-made che creò nel 1913 e che ho avuto modo di vedere al MOMA di New York qualche anno fa.

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Mi ha colpito il fatto che Duchamp sia riuscito a mutare il concetto stesso di opera d’arte unendo due oggetti di uso comune come uno sgabello ed una forcella con una ruota di bicicletta. Questo mi ha indotto a pensare che anch’io avrei potuto creare la mia personalissima opera d’arte, poiché non è importante l’oggetto in se ma il pensiero che lo ispira.

Qual’è stato il mio pensiero?

Qualche anno fa stavo attraversando un periodo molto difficile della mia vita. In quei momenti i miei stati d’animo erano oscillanti; precipitavo in crisi profonde da cui risalivo affannosamente. Quindi vivevo la mia vita con grande fatica.
Era come se pedalassi su un monociclo la cui ruota aveva il mozzo decentrato; su e giù anche quando la strada era pianeggiante e una gran fatica ad andare avanti.

Ero alla ricerca di una via d’uscita e mi convinsi che quella ruota decentrata rappresentasse al meglio la condizione della mia vita in quel momento; se fossi riuscito a riportare al centro il mozzo, la mia vita sarebbe cambiata in meglio e non avrei sprecato le mie energie per andare avanti ma le avrei usate al meglio per vivere.
Così è stato! Ci ho messo qualche anno ma con l’aiuto di un bravo meccanico e di tanto impegno, quel mozzo è tornato al centro e la mia vita è cambiata.
Da allora ho capito il significato di un bellissimo proverbio indù che mi accompagna nella vita:

Nulla è cambiato
Solo io sono cambiato
Pertanto,
tutto è cambiato

La mia personalissima esperienza, unita all’ammirazione per le opere di Marcel Duchamp mi ha indotto a creare la “mia” ruota di bicicletta che vedete rappresentata nell’immagine seguente.

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Intorno alla “mia” ruota di bicicletta con il mozzo decentrato ho costruito il progetto fotografico autobiografico “frammenti – anatomia di una depressione” che trovate su questo sito in questa pagina.

Questa mia prima e per ora unica scultura ha poi ispirato la mia amica grafica Francesca Bernardelli, creatrice di questo mio sito personale, che stilizzando la “mia” ruota di bicicletta ha creato la base del marchio: un semicerchio con il centro decentrato.

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a cui poi ha aggiunto il mio nome

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creando così il”mio” marchio.

E’ il mio marchio perchè parla di me, della mia storia, dei miei interessi e su di esso sto costruendo il mio futuro.