Menu
menu
cielo-45

Il cielo è di tutti

Qualcuno che la sa lunga
mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi
di ogni occhio è il cielo intero.

È mio, quando lo guardo.
È del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano,
del poeta, dello spazzino.

Non c’è povero tanto povero
che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito
ne ha quanto il leone.

Il cielo è di tutti gli occhi,
ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera,
le stelle comete, il sole.

Ogni occhio si prende ogni cosa
e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo
non lo trova meno splendente.

Spiegatemi voi dunque,
in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo
e la terra è tutta a pezzetti.

(Gianni Rodari)

Trovo che il cielo sia un soggetto fotografico affascinante. Sempre disponibile e mai uguale. Forma e colore; luce ed ombra. Il mio interesse per il cielo come soggetto fotografico è nato qualche anno fa leggendo un libro molto bello: “Meditazione e Fotografia” di Diego Mormorio (Ed. Contrasto, 2010). L’autore afferma: “Cosa c’è di più straordinario della luce e del buio che si compenetrano, nell’incantevole presenza dell’atmosfera? E’ esattamente da qui che può cominciare il cammino di chiunque voglia vivere l’esperienza della fotografia come meditazione: dal fotografare il cielo, come fece Luigi Ghirri, nel 1974, per tutto l’anno, tutti i giorni“.

Luigi Ghirri… Già! Uno dei miei fotografi preferiti. Come si racconta anche nel suo libro “Lezioni di fotografia” (Ed. Quodlibet, 2010), Ghirri nel 1974 “fotografa ogni giorno il cielo, come se tenesse un diario. Come facevano a volte gli abitanti delle campagne, per ricordarsi gli andamenti stagionali.“. Le 365 foto furono poi montate su un pannello senza seguire l’ordine cronologico ma secondo una valutazione estetica, realizzando in tal modo “un atlante cromatico del cielo“.

Riprendere con regolarità lo stesso soggetto tutti i giorni, possibilmente alla stessa ora, per un periodo di tempo non troppo breve, almeno qualche mese, è un esercizio di meditazione che gradualmente rende l’osservazione un atto indispensabile e permette di vedere le cose come sono, in modo naturale e senza pregiudizi. In ultima analisi rende liberi.

Questa pratica inoltre permette, in modo molto naturale, di fotografare il tempo, non quello meterologico, bensì quello interiore che altrimenti non sappiamo come mostrare.

Praticare la fotografia come meditazione è sicuramente più impegnativo della ricerca di un risultato esclusivamente estetico ma è un modo per imparare a guardare.

Se volete avere un esempio dei risultati che si possono ottenere con questa pratica, vi invito a guardare il mio progetto “cieli italiani” che trovate su questo sito al link http://www.maurizioandreola.it/cieli-italiani/. E’ un progetto aperto che continuerò ad alimentare. Qui trovate una selezione delle immagini che più mi hanno colpito e che ad oggi, per la maggior parte, sono state selezionate tra circa 6 mesi di scatti quotidiani del cielo, ovunque fossi, nel 2012. Putroppo non sono stato in grado di rispettare la regola dell’orario, come avrei voluto, e ciò a causa dei miei impegni lavorativi che mi impongono una vita alquanto movimentata. L’esperienza che ho fatto nello sviluppare questo progetto è stata molto positiva e ve la consiglio vivamente.

Mantova, piccolo scrigno d’arte incastonato nella Pianura Padana, ospita fino al 6 giugno 5 luglio, nella splendida cornice di Palazzo Te, la mostra dell’artista-attivista, cultore, architetto e blogger cinese Ai Weiwei dal titolo “Il Giardino Incantato”.

Palazzo Te è un grande edificio rinascimentale commissionato da Federico II Gonzaga, Duca di Mantova, all’architetto Giulio Romano ed usato dalla nobile famiglia dei Gonzaga per lo svago ed i ricevimenti dei nobili del tempo che transitavano per Mantova. Dista circa 1,5 km dal centro di Mantova e per chi si muove a piedi, vi si accede da Viale Te, un lungo viale alberato che si diparte da Viale Monte Grappa (vedi mappa). Per chi invece si sposta in macchina, è molto comodo l’ampio parcheggio che si raggiunge da strada Trincerone svoltando a destra dopo il sottopasso ferroviario.

 

L’ingresso di Viale Te
L’ingresso di Viale Te
Viale Te
Viale Te
Palazzo Te, vista della facciata
Palazzo Te, vista della facciata
Palazzo Te, l'ingresso principale
Palazzo Te, l’ingresso principale
La loggia d'onore, vista dall'esedra
La loggia d’onore, vista dall’esedra
L'emiciclo dell'esedra
L’emiciclo dell’esedra
L'emiciclo dell’esedra in una suggestiva vista serale
L’emiciclo dell’esedra in una suggestiva vista serale

All’interno di palazzo Te si trovano numerose stanze splendidamente affrescate.

 Camera di Amore e Psiche: particolare
Camera di Amore e Psiche: particolare
 Camera di Amore e Psiche: particolare del banchetto
Camera di Amore e Psiche: particolare del banchetto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete

Visitando le splendide sale del palazzo rinascimentale potrete ammirare le opere inedite appositamente composte per questa occasione da Ai Weiwei e da due artisti che da anni collaborano con Ai Weiwei in diversi progetti, Meng Huang e Li Zhanyang. Stimolante è il confronto tra la modernità delle creazioni d’arte contemporanea e la classicità del contesto rinascimentale in cui sono inserite.

Di seguito le immagini di alcune delle opere esposte.

20150306-AiWeiWei-1 20150306-AiWeiWei-2 20150306-AiWeiWei-3 20150306-AiWeiWei-4 20150306-AiWeiWei-5 20150306-AiWeiWei-6 20150306-AiWeiWei-7 20150306-AiWeiWei-9

In esposizione anche una installazione realizzata appositamente per l’occasione da Li Zhanyang, che ritrae Ai Wei Wei al lavoro, nella sua casa di Pechino.

20150306-AiWeiWei-8

Ho avuto il privilegio di essere presente all’inaugurazione della mostra e non conoscendo l’artista, speravo di poterlo incontrare di persona. Beata ignoranza… durante la presentazione scoprii che avendo assunto una posizione fortemente critica verso il governo cinese, gli è stato negato il diritto di lasciare il paese. Questo, al di là del valore delle sue opere, mi ha spinto a cercare di capire chi è Ai Weiwei, l’”Artista-Attivista”.

Ai Weiwei nasce a Pechino nel maggio 1957, quindi è un mio coetaneo. È figlio del famoso poeta ed intellettuale Ai Qing che a causa delle proprie idee, venne politicamente emarginato ed etichettato come “nemico del popolo”. Poco dopo la nascita di Weiwei, l’intera famiglia Ai fu forzatamente trasferita nelle campagne a lavorare per essere rieducata. Il padre, a causa della sua fama, dovette sopportare innumerevoli umiliazioni quotidiane ed il figlio fu immerso nella follia della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, iniziata nel 1966. Erano gli anni in cui ad Oriente chi pensava con la propria testa era un reazionario e ad Occidente ci si beava nei miti di una società che ,con l’intento di sfamare il popolo, imponeva una asfissiante uniformità che impediva ogni differenziazione individuale. A questo proposito Tiziano Terzani in “La fine è il mio inizio” (Ed. Longanesi & C., 2006) afferma “io mi resi conto prestissimo che il mio sogno – il sogno di un giovane che studia la Cina sui banchi della Columbia University – era stato l’incubo dei cinesi.”!

Quando nel 1976 terminò la Rivoluzione culturale ed i suoi principali artefici, la cosiddetta Banda dei Quattro, finirono dietro le sbarre, Ai Qing venne riabilitato e la famiglia Ai poté fare ritorno a Pechino, dove trovarono un’atmosfera libertaria in pieno fermento. Ma il vento di libertà che spira in Cina suscita fermenti di pensiero che spaventano il potere; non tarda infatti a giungere di lì a poco la severa condanna di chi aveva osato diffondere l’idea “sovversiva” che la democrazia era la quinta e unica modernizzazione di cui la Cina avesse realmente bisogno. L’aspetto tragico di queste vicende è che le idee democratiche represse dal regime comunista erano state divulgate usando il cosiddetto “Muro della Democrazia” che nell’intento del governo cinese doveva essere usato solo per criticare la Banda dei Quattro.

Questi eventi provocarono in Weiwei, che aveva attivamente partecipato al Muro, un profondo senso di delusione verso la politica e di turbamento per l’arroganza del potere. Partecipa ad un gruppo informale di artisti cinesi, denominato Stars, che promuovono il loro diritto ad un espressione artistica individuale; tuttavia appena se ne presenta l’occasione, lascia la Cina nel 1981 per trasferirsi negli USA a New York. Qui Weiwei cresce artisticamente, frequenta due prestigiose scuole di design, conosce il lavoro di Duchamp e Warhol, è vicino di casa di Allen Ginsberg e, innamoratosi del Dada, abbandona il disegno per la fotografia.

Nel giugno dell’89 è profondamente scosso dagli eventi di piazza Tienanmen e solidarizza con i manifestanti facendo uno sciopero della fame di 8 giorni insieme al gruppo “Solidarity for China”. Nel 1993, a causa delle cattive condizioni di salute del padre, Weiwei ritorna a casa in Cina.

La scena artistica in Cina è molto movimentata in quegli anni e Weiwei vi si inserisce con iniziative di grande risonanza. Si dedica infatti a numerosi progetti artistici e curatoriali, guadagnandosi la reputazione di catalizzatore del mondo dell’arte cinese. Nei primi anni del nuovo millennio si dedica anche a progetti di architettura e nel 2003 fonda il suo studio, il «FAKE Design». Realizza edifici molto apprezzati, la cui elegante semplicità contrasta con lo stile pomposamente barocco prediletto dai costruttori di Pechino. La sua fama cresce sia all’interno della Cina che sulla scena internazionale, sebbene Weiwei non disdegni di promuovere iniziative artistiche provocatorie verso il potere costituito. Fortemente coinvolto nello sviluppo dell’arte contemporanea cinese, nel 2005 gli viene offerta, insieme ad altre celebrità, l’opportunità di partecipare al lancio della nuova piattaforma blog sina.com a cui lui, completamente digiuno di qualunque conoscenza del mondo di internet, aderisce con entusiasmo.

Questa opportunità apparentemente insignificante, trasforma radicalmente la sua vita. Passa diverse ore al giorno a scrivere blog e a scattare centinaia di foto, alcune delle quali postate quotidianamente sul blog stesso. Esplora il potenziale connettivo di Internet a fini artistici ed in un’intervista si spinge a dire che il blog “è stato in assoluto il regalo più interessante che abbia mai ricevuto; per me, ma forse addirittura per la Cina, perchè viviamo in una società che non solo non incoraggia l’espressione delle proprie idee, ma spesso la punisce, come è successo a due generazioni di scrittori. La gente ha paura a mettere qualcosa per iscritto; qualsiasi parola scritta può venire utilizzata come prova di colpevolezza. ecco perchè gli intellettuali cinesi sono così cauti ora.”. E di fronte ad un potere ottuso e soffocante che si affanna a controllare e ad imbavagliare ogni anelito di democrazia e di espressione del libero pensiero, Weiwei rivela sempre un’indole sovversiva che lo porta ad affrontare senza timore le autorità culturali e politiche.

Nel 2008, nel pieno del fermento per i XXIX Giochi olimpici ospitati dalla Cina, Ai Weiwei fu uno dei primi cittadini cinesi a boicottare pubblicamente le Olimpiadi, sebbene il suo nome fosse legato al progetto del nuovo Stadio nazionale, il ben noto «Nido d’uccello», il principale simbolo della Pechino olimpica. Poteva essere acclamato come un eroe nazionale e invece Weiwei decide di assumere una posizione critica nei confronti del regime. Diventato uno dei commentatori sociali cinesi più richiesti ed influenti, rilascia decine di interviste ad interlocutori sia nazionali che internazionali, crescendo di fama e di importanza ma, allo stesso tempo, catalizzando su di se le minacce della censura a causa del suo attivismo che inquietava il regime.

La chiave di volta che lo porta alla rottura con il regime è la sua iniziativa nel marzo 2009 di promuovere un azione collettiva volta a far pressione sulle autorità del Sichuan perchè si assumessero la responsabilità della pessima qualità degli edifici scolastici crollati durante il terremoto nel Wenchuan che causò la morte di migliaia di scolari. L’atto considerato sovversivo dalle autorità fu la sua ferma volontà di raccogliere, insieme ad un centinaio di volontari, i nomi di tutti i bambini morti nel crollo della propria scuola. Il nome di un bambino morto resta solo nella memoria della sua famiglia ma i 5.210 nomi raccolti da Weiwei rappresentavano il più forte atto di accusa verso un potere corrotto e arrogante che negava la propria responsabilità nell’eccidio e usava la forza per ridurre al silenzio i genitori delle piccole vittime.

Ai Weiwei subisce forti intimidazioni; nel maggio 2009 il suo blog viene chiuso dalle autorità cinesi. In agosto dello stesso anno subisce un aggressione da parte di agenti in borghese e in settembre subisce un delicato intervento alla testa a Monaco che gli salva la vita. Nell’agosto del 2010 subisce una seconda aggressione e viene posto agli arresti domiciliari. Nell’aprile del 2011 viene arrestato mentre sta per prendere un volo per Hong Kong e detenuto per non meglio precisati “crimini economici”, viene accusato anche di bigamia in quanto, pur sposato, avrebbe avuto un figlio da un’altra donna. A volte i regimi totalitari, nella loro tragicità, sono anche inconsapevolmente comici: essere accusato di bigamia nel paese delle concubine di Partito è incredibilmente ridicolo.

A giugno del 2011 Ai Weiwei viene rilasciato su cauzione ma subisce forti restrizioni alla sua libertà personale. E’ continuamente controllato, non può esprimere liberamente il suo pensiero e non può lasciare la Cina. Nonostante ciò il suo attivismo artistico non si è arreso ne fermato. Ha reagito alla chiusura del blog utilizzando i 140 caratteri di Twitter (@aiww), non ha smesso di raccogliere intorno a se giovani artisti e di creare opere d’arte che al contrario del loro autore, viaggiano nel mondo, portando a chiunque sia disposto ad ascoltare la testimonianza di vita di un uomo libero e coraggioso.

Questi sono i motivi che dovrebbero spingervi a programmare una visita alla mostra allestita a Palazzo Te a Mantova. Credo che la soddisfazione di conoscere l’opera dell’Artista-Attivista Ai Weiwei vi ripagherà certamente dalla dolce fatica di un viaggio nella terra di Virgilio, in cui peraltro si può anche godere dei piaceri della buona tavola.

Se volete maggiori informazioni sulla figura di Ai Weiwei, vi consiglio la bella pubblicazione dell’Editore Feltrinelli della serie “Real Cinema” dal titolo AI WEIWEI – NEVER SORRY (DVD + Libro) .
Vi consiglio inoltre il blog di Marco Del Corona, vicecaporedattore del Corriere della Sera, in cui è riportata l’intervista a Ai Weiwei del 25 gennaio 2015 e nella quale l’artista parla, tra le altre cose, anche della mostra a Palazzo Te. Qualche nota più approfondita sulla mostra, infine, la trovate nel bell’articolo “Il giardino a palazzo: Ai Weiwei a Mantova” di Anna Vittoria Zuliani per Juliet Art Magazine.

Il Giardino Incantato
Ai Weiwei, Meng Huang, Li Zhanyang
07.03.2015-06.06.2015
Palazzo Te, Viale Te 13, Mantova
+39 0376 288208
www.aiweiweimantova.it

P.S.:

25 maggio 2015 – Grande notizia per tutti gli appassionati: la mostra di Ai Weiwei a ‪#‎PalazzoTe‬ a Mantova è stata PROROGATA FINO AL 5 LUGLIO 2015 (https://www.facebook.com/aiweiweimantova?fref=nf)

Incandescenze-5

Il pensiero corre veloce e noi ci affanniamo ad inseguirlo.

Se tuttavia vogliamo cogliere le nostre emozioni, dobbiamo rallentare fin quasi a fermarci e far si che il silenzio ci pervada per poterci addentrare soli nelle profondità oscure del nostro essere, un antro buio dove domina la paura.

Superata la soglia del dolore interiore, vinto il vortice della melanconia e della depressione, lasciamo allora che dai crepacci della nostra fragilità trabocchi a fiotti la vita.

Le segrete incandescenze emozionali lentamente risalgono ad incontrare la luce e nel loro ribollire ci portano fuori dai confini del nostro Io e ci mettono in risonanza con il mondo dell’altro.

Dalla sofferenza di stare a stretto contatto con un’immaterialità rovente, che pulsa, si contorce e scorre magmatica, nasce dunque un nuovo modo di vivere e sentire che ci salva dall’indifferenza e dalla noncuranza, dal deserto delle emozioni, dalla febbrile ricerca del proprio interesse, dall’egoismo, dal fascino magnetico dei beni materiali ed anche dalla violenza.

La sofferenza illumina le ombre interiori squarciandole; da essa nasce una speranza piena di futuro che irriga la nuova vita, finalmente riappacificata con il proprio passato.

Non siamo più soli!

Questo è quanto scrivevo nel settembre del 2012 a commento di un piccolo progetto fotografico che trovate in questo sito dal titolo, appunto, Incandescenze.

Ancora oggi, rileggendo quelle parole, trovo che siano la migliore descrizione che sono in grado di scrivere sul mio percorso personale, tuttora in divenire. C’è la sofferenza e la fatica ma anche la consapevolezza che la vita offre sempre una via d’uscita, forse non quella che vorremmo e proprio per questo motivo, mai scontata. Anche quando tutto sembra finire, è proprio quello il momento giusto per iniziare una nuova avventura.

Trovo sostegno a questi miei pensieri in uno dei più bei libri che abbia mai letto: “La fine è il mio inizio” di Tiziano Terzani (Ed. Longanesi & C., 2006).

Ormai prossimo alla morte, Terzani dice al figlio Folco: “Lo dice bene il dio Krishna, tutto quello che nasce muore e tutto quello che muore nasce. Anch’io la fine la sento come un inizio. L’inizio è la mia fine e la fine è il mio inizio. Perché sono sempre più convinto che è un’illusione tipicamente occidentale che il tempo è diritto e che si va avanti, che c’è progresso. Non c’è. Il tempo non è direzionale, non va avanti, sempre avanti. Si ripete, gira intorno a sé. Il tempo è circolare. E questo lo sento così forte.“.

E ancora: “Pensa, la morte tibetana, che bella! C’è il moribondo, tutti i parenti che piangono e arriva il lama che li caccia tutti a calci nel culo “Fuori!” Poi si rivolge a lui e bisbiglia “Staccati, non restare attaccato. Vai, vai, ora sei libero. Vai!”. Questa è cultura della morte. Noi l’abbiamo persa. Quando uno sta male a casa chiamano l’ambulanza che lo porti all’ospedale; quando sta per morire in ospedale lo nascondono dietro a delle tendine. Paura della morte. Perché? Perché si sa di dover abbandonare tutto quello che conosciamo. Niente è più tuo, non le tue case, non i tuoi figli, non il tuo nome. “Madonna, non sarò più Tiziano Terzani!” Di questo non rimane niente, niente, NIENTE. Ma se ti ci avvicini prima, se impari a rinunciare ai desideri, a distaccarti da tutto non perdi nulla, l’hai già perso, sei già morto strada facendo. Non morto, sei vissuto meglio. La sofferenza viene dall’essere attaccato alle cose. Buddha lo dice così bene: Se hai una cosa, hai paura di perderla; se non ce l’hai, la vuoi avere.“.

Quanta sofferenza alberga nei nostri cuori per la paura di perdere ciò che ci illudiamo di possedere. Con quanta gioia invece potremmo vivere la nostra vita se accettassimo la verità che nulla ci appartiene. Veniamo al mondo nudi ed indifesi ed affrontiamo la morte da soli e senza poter portare con noi nulla di ciò che ci siamo affannati a costruire.

La vita è un avventura meravigliosa; non rinunciamo al nostro destino di libertà e felicità!

È passato un po’ di tempo dal tragico schianto dell’aereo della Germanwings e la memoria delle povere vittime si è ormai spenta, sostituita nella nostra attenzione dai nuovi disastri che la cronaca quotidianamente ci propone, grazie alla fervida malvagità degli uomini e al cinismo di un fato che non risparmia nessuno.

Perché a distanza di tempo riprendo questo doloroso evento?

Mi ha molto colpito, anzi mi ha molto disturbato l’opinione diffusa, riportata dalla maggior parte degli organi di stampa e dai commenti della gente comune, che il responsabile della strage, il copilota Andreas Lubitz, il quale con un atto volontario ha fatto schiantare sulle montagne francesi l’aereo che pilotava causando la morte di 149 persone, ha compiuto questo insano gesto perché era depresso.

Quindi la mia domanda logica è stata: una persona depressa o che ha sofferto di depressione può compiere un gesto così abominevole a causa della propria depressione? In ultima analisi, chi è affetto o a sofferto di depressione è una persona affidabile? O è un soggetto affetto da una latente follia che può esplodere da un momento all’altro, causando morte e dolore?

Chi non ha mai sofferto di episodi depressivi o non ha mai conosciuto nessuno con sintomi depressivi o presunti tali, riterrà superflua questa mia preoccupazione. Tuttavia Kurt Schneider, uno dei grandi psichiatri del nostro tempo, afferma che “ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi una volta in vita, ma di non esserlo stati mai”. Ritengo dunque valga la pena indagare questa diffusa opinione affinché chi soffre o ha sofferto del “male oscuro” non debba caricarsi di un ulteriore fardello oltre alle già pesanti sofferenze di cui, con grande fatica, deve farsi carico.

20140509-Depressione-3

Lo psichiatra Eugenio Borgna nell’incantevole saggio “Elogio della Depressione”, scritto a quattro mani con il sociologo Aldo Bonomi (Giulio Einaudi Editore, 2011) afferma:

Non c’è depressione se non nel contesto di una grande sensibilità, e di una stremata fragilità, che ci fanno cogliere le diverse immagini della vita: contrassegnata dalle luci della gioia e della speranza, ma, anche dalle ombre del dolore e della sofferenza. (…) Conoscere la depressione, i suoi modi di essere, averla vissuta almeno una volta nella vita, dilata le personali possibilità di dialogo e di ascolto: di immedesimazione nei mondi feriti della tristezza e della disperazione (…) La fragilità umana, che vive in noi e che fa parte della condizione umana, si esprime sino in fondo nella sua epifania dolorosissima quando su di noi discenda, ancora più che non la malattia fisica, la sofferenza psichica: la depressione in particolare.“.

20140509-Depressione-2

Il quadro dipinto da Borgna sembra ragionevolmente escludere che una persona depressa possa commettere delitti così efferati da causare insieme alla propria morte anche quella di estranei. Eppure nel gergo comune la depressione è usata come termine per indicare la causa di qualsiasi atto spietato; in altre parole, nascondiamo dietro questo termine tutto ciò che disturba la nostra “normalità” e che confiniamo nella sfera della follia per poter continuare a sentirci “normali”.
In effetti Borgna nel citato saggio afferma la necessità di “… riflettere, un attimo, sulla cascata dei pregiudizi che ricade su ogni forma di sofferenza psichica , anche solo di quella depressiva, o ansiosa, così facilmente e così crudelmente, considerata tout court come espressione di follia.”.

E ovviamente associata alla follia è la violenza. Quindi la sintesi è “depressione – follia – violenza”. E questa associazione viene percorsa in ambo i sensi: come dalla depressione arriviamo alla violenza passando dalla follia, così dalla violenza arriviamo alla depressione passando per la follia.

Borgna nel citato saggio afferma però che “la follia non è violenza, (…) . La violenza, che talora si manifesta nelle aree della follia, è in ogni caso radicalmente meno frequente che non quella delle persone “normali”. (…) La follia, così, l’angoscia e la depressione, la inquietudine del cuore e la disperazione, che si fanno rientrare in essa, non è qualcosa di estraneo alla nostra vita; ma è una possibilità che è in ciascuno di noi e che si scompensa in alcune emblematiche e arrischiate situazioni di vita.”.

20140509-Depressione-9
E ancora “… quanta diffidenza, quanta paura, quanta incapacità nel cogliere l’immagine umana e autentica della sofferenza psichica, quanti pregiudizi nel confrontarsi con la dimensione interpersonale e sociale della malattia, quanta poca riflessione e disponibilità ad ascoltare le tracce di dolore nella depressione e nell’angoscia si agitano nelle coscienze delle persone “normali” (delle persone che si considerano inserite in una astratta normalità psichica nutrita essenzialmente di indifferenza e di aridità emozionale).”.

Dunque la presunta depressione di Lubitz è lo stratagemma intellettuale che permette a noi “normali” di difenderci da uno scenario che ci inquieta, evitando che domande scomode vengano a turbare oltremodo la nostra tranquillità già minata dalla paura che un folle alla guida di un aereo possa decidere più o meno premeditatamente di farla finita coinvolgendoci, nostro malgrado, nel suo scriteriato ma lucido piano.

Com’è possibile che le aspettative frustrate di un giovane pilota possano indurlo a pensare che l’unica possibilità di riscatto sia un gesto eclatante come un olocausto aereo?
Quanto pesano i miti dell’efficientismo ad ogni costo (che nega qualunque forma di fragilità umana) ed il bisogno del primato a tutti i costi, tipico delle nostre culture occidentali, nell’incapacità della Società e delle Aziende di prendere in considerazione l’idea che l’uomo moderno non è una macchina che può accrescere all’infinito la propria capacità di adattarsi ad un ritmo sempre crescente di impegno?

La prima questione è oggetto di indagine psichiatrica mentre la seconda questione è terreno di indagine sociologica.
A parer mio è nel corto circuito che si genera a seguito dell’indifferenza sia ai travagli personali della prima domanda che ai limiti stabiliti dalla seconda domanda che si trova la spiegazione di quanto avvenuto.

Se poi qualcuno nutre ancora dei dubbi su quanto da me argomentato, lo invito a leggere le dichiarazioni rilasciate all’ANSA dal Prof. Emilio Sacchetti, presidente della Società italiana di psichiatria, tra le quali si legge quanto segue:
In letteratura non c’è un solo caso di soggetto ‘burn-out’ (persona stressata, ndr) omicida. Credo poco anche all’ipotesi della depressione perché, di solito, il soggetto depresso omicida uccide persone a lui care e vicine e lo fa a scopo ‘salvifico’, ovvero per impedire loro di soffrire in qualche modo“. In pratica, secondo Sacchetti, “la depressione non spinge a questi atti estremi verso persone estranee“.

Credetemi, queste riflessioni non cambiano il destino di chi si è trovato su quell’aereo ma possono fare la differenza per i molti che ogni giorno si portano appresso un grande fardello di sofferenza. Cerchiamo di avere rispetto sia per gli uni che per gli altri.

P.S.: Dopo aver scritto questo mio post, ho avuto modo di leggere un interessante articolo che, con argomenti diversi, giunge alle stesse mie conclusioni. Lo trovate al seguente link.

Approfittando di un breve periodo di ferie, ho trascorso un intera giornata da turista a Milano. Non a zonzo per la città ma in un’area urbana alquanto ristretta: il nuovo distretto di Porta Nuova.

Milano è una città che frequento da quando ero bambino e mi ha sempre affascinato. Vi ho vissuto da studente universitario e vi ho lavorato per molti anni; mi sono sempre sentito a casa, accolto ed attratto dalle molteplici sfaccettature di un metropoli moderna, con grandi contrasti e innumerevoli opportunità e perciò ricca di stimoli.

Dopo la visita al MIA Fair 2015 (vedi post), mi ero ripromesso di tornare per visitare il quadrilatero tra le stazioni MM di Repubblica, Gioia, Isola e Garibaldi FS; l’area delle ex Varesine per intenderci (mappa). Sarò un piccolo provinciale, lo ammetto, ma la vista dei grattacieli che sono sorti in questa zona mi attira molto!

L’area è stata oggetto di interventi di riqualificazione urbana molto impegnativi e, pur non essendo un esperto, ritengo particolarmente ambiziosi da un punto di vista architettonico. Nelle immagini seguenti potete vedere alcune fotografie del plastico che presenta una visione d’insieme dell’area. Si distinguono il Palazzo della Regione Lombardia (2010; 162 m), la Torre dell’Unicredit (2012; 146 m più 85 m di guglia), la Torre Solaria (2013; 143 m); la Torre Diamante (2012; 140 m); il Bosco Verticale (2014; 111 m).

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-1 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-2 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-3 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-4

Per la mia escursione ho preso spunto da un bel sito di itinerari di architettura che trovate all’indirizzo http://www.viaggidiarchitettura.it/expo-milano-2015/milano-porta-nuova/. Questo sito, nel periodo di apertura dell’EXPO, propone un tour tra i grattacieli e le lussuose infrastrutture di Milano Porta Nuova.
Le fotografie che ho scattato durante la mia visita nell’area le trovate nel progetto “Milano Porta Nuova di questo sito.

La mia escursione milanese, ovviamente, non si è limitata solo agli aspetti architettonici ma mi ha permesso anche di assaporare la movida milanese soprattutto in Corso Como ed in Corso Garibaldi.

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-22 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-23 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-10 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-17 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-19 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-21

Una tappa d’obbligo in Corso Como è sicuramente il locale creato da Carla Sozzani, il rinomato 10 Corso Como. Carla Sozzani è sorella di Franca Sozzani, attuale direttrice di Vouge Italia, prestigiosa rivista mensile di moda di cui lei stessa è stata direttrice negli anni ’80.

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-11 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-1520150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-12 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-1620150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-13 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-14

Se a pranzo mi sono gustato una maxi coppa di gelato da Grom insieme al popolo dei bancari dell’Unicredit in Piazza Gae Aulenti, la sera non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di una cena sfiziosa a Eataly in Piazza XXV Aprile, il locale dove l’alta qualità dell’enogastronomia italiana è alla portata di tutti.

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-2820150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-5 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-920150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-6   20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-7 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-8

Mi sono gustato un ottimo fritto di mare, molto ricco, a soli 15,50 €, due pizze margherite fritte (una bontà!) a 6,50 € e due generosi boccali di Birra Peroni Riserva a 3,00 € ciascuno, più 1,00 € per il servizio. Totale 29 € per un ottima cenetta mediterranea!

Per il dopocena ho fatto quattro passi fino a Piazza Gae Aulenti per poter ammirare la vista notturna dei grattacieli illuminati. Arrivato in piazza era in corso una manifestazione a sostegno della Scuola Pubblica e a seguire gli spettacoli organizzati per la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, promossa dall’UNESCO il 23 Aprile.

Nel seguito qualche immagine degli eventi in piazza.

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-18 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-24 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-25 20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-2620150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-27

Per concludere l’intensa giornata una breve passeggiata in Corso Garibaldi, zona di ritrovo di molti giovani nei vari locali che si affacciano sulla via.

20150423-Milano_PortaNuova_Azonzo-29

E’ stata una giornata molto intensa e spensierata. L’impressione che ne ho tratto è che Milano non si è lasciata sfuggire l’occasione per rifarsi il look in vista dell’EXPO 2015. Ha saputo coagulare intorno a progetti urbani ambiziosi le energie migliori del Paese.
Sono tuttavia consapevole che quanto da me visto è la bella vetrina di una grande città e che a Milano non mancano le aree di degrado sociale e le forti contraddizioni che caratterizzano ogni grande area urbana. Ma questi sono aspetti d’indagine sociale che non si possono certamente approfondire in una sola giornata di ferie.

P.S.:
A proposito di EXPO, ieri ero nuovamente a Milano per visitare la grande mostra su Leonardo a Palazzo Reale e non ho potuto non vedere tutti i preparativi per il grande concerto di apertura dell’EXPO 2015 che si è tenuto ieri sera in Piazza Duomo. Ho dunque deciso di fermarmi per essere testimone di questo importante evento. L’affluenza è stata notevole e lo spettacolo di grande impatto. Presenza di moltissimi turisti stranieri e, permettermi, grande orgoglio di essere italiano.

Nel seguito qualche immagine di quanto si poteva vedere ieri in Piazza Duomo a Milano.

 20150430-Milano-2 20150430-Milano-320150430-Milano-1 20150430-Milano-4 20150430-Milano-5 20150430-Milano-6 20150430-Milano-7 20150430-Milano-8

Ho acquistato da tempo i biglietti per l’esposizione internazionale che a dispetto di tutti i denigratori, per quello che ho potuto vedere nei vari servizi televisivi, è sicuramente notevole e quindi merita una visita con tutta la famiglia.

Sono consapevole delle numerose critiche che si sono levate intorno a questa importante iniziativa e nemmeno dimentico che nella sua preparazione abbiamo saputo dimostrare il peggio ma anche il meglio del nostro essere italiani. Mi auguro sinceramente che l’EXPO ospitato nella nostra nazione sia un grande successo e permetta all’Italia di dimostrare a tutto il mondo i suoi caratteri distintivi e che la rendono un’eccellenza internazionale.
Ciò che auspico è che questa esperienza ci renda migliori di come siamo, meno inclini a farci lusingare dalle scorciatoie della corruzione e del malaffare a favore di una retta onestà a tutti i livelli, meno inclini a cercare il nostro piccolo tornaconto privato e più propensi a perseguire il bene comune, meno egoisti di fronte alle sofferenze del nostro prossimo e più disponibili ad accogliere l’altro e chi è differente da noi, meno disponibili ad ammirare chi fa il furbo ed il profittatore ed invece più impegnati a fare fino in fondo il proprio dovere, a tutti i livelli. Disponibili ad accettare che tutto ciò non ci rende degli eroi ma ci mantiene semplici persone comuni a cui nessuno dirà mai grazie per la propria onestà e rettitudine.