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Fotografare per me è divertimento, riflessione, scoperta, memoria, emozione.

Mi piace fotografare gli spettacoli, non tanto e non solo per immortalare chi si esibisce sul palco, quanto piuttosto per cogliere e trasmettere quell’atmosfera che spesso si crea durante un’esibizione. Mi emoziona la magia che gli artisti sanno creare nello spettatore, con la loro arte fatta di repliche messe in scena ogni volta con la stessa intensità, come se fosse ancora la prima volta.

Ci sono inoltre luoghi che più di altri potenziano questa magia ed uno di questi è certamente l’Anfiteatro del Vittoriale.

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Seguo da tempo il Festival Tener-A-Mente che da qualche anno, sotto la sapiente direzione artistica di Viola Costa, propone nel periodo estivo un ricco cartellone di spettacoli di alto livello artistico, che trova un grande consenso di pubblico, non solo italiano.

Le proposte dell’edizione 2015 sono presentate nella cartolina allegata che è illustrata con la mia immagine dell’anfiteatro.

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Oltre alla magnifica scenografia dell’anfiteatro, al Vittoriale c’è un altro spazio, più raccolto e più adatto ad esibizioni che richiedono uno spazio più intimo; mi riferisco al Laghetto delle Danze. Qui si vive l’incantesimo di un incontro ravvicinato con gli artisti che si esibiscono in una meravigliosa scenografia creata dal genio dannunziano nei giardini del Vittoriale.

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Al Laghetto delle Danze si tengono i monologhi teatrali che negli anni passati hanno visto recitare i testi di D’Annunzio attori del calibro di Filippo Timi e Alessandro Haber. Quest’anno la direzione artistica del Festival ha voluto ospitare in questo spazio una sezione a parte denominata “Tener-a-mente Oltre”, per dare spazio a musicisti eccellenti del panorama internazionale che si muovono in zone musicali difficilmente identificabili, etichettabili con la fissità di un genere. Per molti di loro, dovendo scegliere, probabilmente si userebbe la parola “jazz”, secondo la regola: “Se non sai cos’è, allora è jazz”.

Le proposte sono presentate nella cartolina allegata che è illustrata con la mia immagine di Haber che recita al Laghetto delle Danze.

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Il Festival ha tutta l’attenzione che merita della stampa nazionale. Cito, tra le tante, la pagina che l’inserto “Io Donna” del Corriere della Sera, nell’edizione del 26 giugno 2015, ha voluto dedicare al Festival, con la mia fotografia a piena pagina dell’anfiteatro gremito di gente con tanto di accredito dell’autore.

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Ieri sera è iniziata l’edizione 2015 del Festival  con il concerto di Paolo Conte. Un grande evento per un grande cantautore, raffinato e profondo. Potete visionare le mie immagini dello spettacolo nella Gallery di questo sito dedicata ai Festival Tener-A-Mente all’indirizzo http://www.maurizioandreola.it/paolo-conte-2015/.

Per maggiori informazioni sugli spettacoli in cartellone quest’anno consultate il sito del festival all’indirizzo http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/it/cartellone.

Chiunque sia animato da un sincero interesse per la fotografia non avrà mancato di osservare che tutti, ma proprio tutti, sono prodighi di consigli ed insegnamenti su come fare foto perfette. E’ sicuramente importante saper fare fotografie “tecnicamente” perfette. Come ogni arte anche la fotografia ha la sua dose di tecnica ed il “saper fare” è fondamentale per poter usare come meglio si desidera quello straordinario mezzo espressivo che è la macchina fotografica.
Tuttavia nella mia esperienza ho imparato che non basta saper fare fotografie tecnicamente perfette per ottenere buone fotografie. A tal proposito consiglio l’ascolto dell’intervista al maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin; c’è infatti un passaggio di questa intervista che mi ha particolarmente colpito: è il punto in cui il maestro spiega la differenza tra una bella fotografia ed una buona fotografia, distinzione che gli ha insegnato Ugo Mulas, un altro maestro della fotografia ahimé prematuramente scomparso.

Intervista al maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin

Ovviamente do per scontato che il fotografo sia consapevole di ciò che fa e quindi che quell’immagine, che tanta attenzione può a volte suscitare in chi la osserva, sia il frutto di precise scelte tecniche e compositive da parte del fotografo stesso. La consapevolezza consente al fotografo di ottenere con continuità risultati di qualità, continuità che invece sarà negata a chi agisce inconsapevolmente. Il mezzo fotografico è così potente che anche una scimmia continuando a scattare a caso prima o poi riuscirà ad ottenere una bella fotografia. E ahimè di scimmie pigiabottoni in giro ce ne sono molte e purtroppo sono anche iperproduttive e quindi siamo sommersi da vere montagne di immagini di scarso valore che gradualmente ottundono la nostra naturale capacità di cogliere il bello, laddove questo si manifesta, assai raramente ahimè.
Messa in questi termini, si potrebbe essere indotti a pensare che l’atto del fotografare sia guidato in massima parte da aspetti fortemente razionali, in cui la tecnica la fa da padrone. Se fosse così la fotografia si ridurrebbe a un semplice mestiere che poco ha a che fare con passione ed emozioni.
Personalmente ritengo che non sia così, anche se questo convincimento è traguardo che ho raggiunto solo recentemente, dopo che per una vita ho inconsapevolmente rincorso l’illusione che la “bella fotografia” fosse il frutto di una costante applicazione che mi permetteva di affinare le conoscenze tecniche del mezzo fotografico utilizzato nelle più disparate situazioni. Ciò che ha messo in crisi questa impostazione è stata l’evidenza che non c’era una correlazione stretta tra il mio saper fare fotografie e l’ottenimento di un risultato effettivamente soddisfacente. E nemmeno tutta la mia consapevolezza nel saper prevedere il risultato mi metteva al riparo dalla circostanza di ottenere foto che guardate a distanza di tempo, risultavano poco più che banali. Già, perchè io ho la pretesa di riuscire a produrre fotografie che a distanza di tempo riescano ad emozionarmi. Ad emozionare me prima che altri.

Come riuscire a far entrare passione ed emozione in questo approccio razional-tecnologico?

Un aiuto in questa direzione mi è venuto dall’incontro con Franco Fontana in un workshop di 5 giorni tenuto presso la Fondazione Fotografia di Modena nell’ottobre 2012. E’ stato un workshop molto particolare che ha completamente cambiato il mio approccio verso la fotografia. Alla mattina Franco Fontana ci assegnava un compito che dovevamo svolgere in completa autonomia nel pomeriggio; al mattino successivo si doveva portare il risultato del proprio lavoro che veniva discusso con il maestro in plenaria. Bello vero? Vi assicuro, bellissimo e anche molto impegnativo.

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Il tema che ci assegnò il primo giorno fu “fotografate il rosso”. Fu un esercizio estremamente utile per comprendere cos’è un soggetto: quell’elemento senza il quale l’immagine cambia di significato. Inoltre ci stimolava ad interpretare il colore e non solo semplicemente a registralo con la fotografia. Vi assicuro che quel pomeriggio, dopo poco che avevo inziato a fotografare il rosso, vedevo tutto rosso. Fu un esperienza incredibile!
Qui di seguito una mia foto scattata in quell’occasione.

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A Fontana non interessava che le foto fossero belle; era interessato a verificare che noi discepoli fossimo stati capaci di cogliere il senso dell’esercizio che ci aveva assegnato.

Il secondo giorno il tema fu più impegnativo; ci chiese infatti di fotografare quello che ci emozionava però senza inquadrare. In altri termini si doveva fotografare senza portare la reflex all’occhio ma avvicinandosi il più possibile al soggetto prescelto. Fu una grande scoperta! Finalmente potevo sentirmi libero di fotografare senza preoccuparmi di tutti i formalismi che mi ero costruito: provavo un inebriante senso di libertà. Andai in giro per il centro di Modena guidato solo dalle mie emozioni con tutte i miei recettori sensoriali completamente aperti e pronti ad accogliere ogni stimolo che la realtà circostante mi offriva. Qui di seguito qualche scatto che produssi quel pomeriggio e che fu selezionato da Fontana.

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Se valutiamo queste foto dal punto di vista della loro perfezione tecnica dovremmo cestinarle immediatamente. Sono convinto invece che il loro valore stia proprio nella loro imperfezione e che queste immagini, meglio di molte altre, rappresentano ciò che io sono. Già perchè per ottenere queste immagini ho fatto un interessante viaggio dentro di me e nelle mie emozioni. La fotografia mi ha dato l’opportunità di aprire alcune porte interiori e di varcarne la soglia, libero da sovrastrutture intellettuali rigide.

La vera sfida arrivò il terzo giorno quando Fontana ci assegno il tema “Il rifiuto”. L’obiettivo era quello di fotografare quello che non si fotografa mai ed anche di provare a fotografare in modo volutamente sbagliato (fuori fuoco, sovra o sottoesposto, mosso, ecc.). Quindi porsi in una condizione all’opposto della scelta ovvero fare quelle foto che normalmente scartiamo. Perché? Perché nella maggior parte dei casi il rifiuto è più vivo e vero del consenso. Quindi invece di fotografare ciò che ci piaceva, come il giorno precedente, ora ci veniva chiesto di fotografare ciò che non ci piaceva per comprendere che il fascino di una foto non è legato alla bellezza ma alle emozioni che provoca, sia in senso positivo che negativo. Ognuno dei partecipanti al corso fotografò quel giorno con il suo lato negativo ed i risultati che tutti ottennero furono molto interessanti. Per me fu una grande sorpresa esplorare dimensioni espressive che non avevo mai considerato ed i risultati che ottenni furono per me molto significativi. Di seguito vi riporto alcune delle immagini che scattai quel giorno e che più di altre mi hanno affascinato.

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Il quarto tema che ci fu affidato fu “la soggettività”. Dovevamo scegliere un tema e svilupparlo. La cosa non mi era nuova. Ho sempre pensato che in fotografia come nella vita, senza un progetto non si va da nessuna parte. Infatti una volta che si è scelto dove andare, non resta che intraprendere il cammino. Il tema che scelsi fu “l’attimo fuggente” e qui di seguito alcune delle fotografie che scattai per rappresentarlo. Ovviamente le immagini che scattai quel giorno risentirono in modo evidente di ciò che avevo così profondamente sperimentato nei giorni precedenti.

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Il quinto e ultimo tema che ci fu assegnato fu “lo spazio”, inteso non banalmente come entità che contiene le cose bensì quell’entità in cui si manifestano le relazioni tra le cose in esso contenute. Il tema è particolarmente sfidante perchè la fotografia, attraverso l’inquadratura, è sempre una rappresentazione dello spazio e dunque se vuoi fotografare lo spazio devi far emergere quelle relazioni che danno significato allo spazio. Io scelsi di non cercare la rappresentazione di uno spazio fisico ma di quello spazio metafisico che è il mondo delle idee, il pensiero. Nel seguito un paio di immagini con cui interpretai il tema assegnato. Sono immagini di manifesti in cui sono riportate delle frasi celebri che dunque rappresentano il pensiero di chi le ha formulate; il pensiero vive di relazioni sia in chi lo formula che in chi lo riceve.

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Quest’idea piacque a Fontana ed io ne fui particolarmente orgoglioso.

Dopo questo corso incominciò per me un cammino tutt’ora in corso in cui ho rivisitato completamente il mio modo di intendere la fotografia. Ma non solo. Mi ha permesso di intravvedere che l’obiettivo non è raggiungere un irraggiungibile traguardo di perfezione ma la capacità di accettare e di rappresentare se stessi nell’imperfezione. In questa imperfezione c’è la nostra vera ricchezza che tuttavia non sfruttiamo nell’inutile tentativo di dimostrarci perfetti.

Lungo questo cammino ho successivamente incontrato Toni Thorimbert, di cui ho già narrato in parte nel post Toni Thorimbert. E con Toni le riflessioni che ho iniziato con Fontana hanno trovato terreno fertile per crescere e consolidarsi. Ma di questi aspetti ne parlerò in un altro post, a tempo debito.

Questi percorsi sono molto impegnativi, almeno per me, e per farli ritengo sia utile avere una guida autorevole. Nel mio piccolo spero di avervi dato qualche spunto di riflessione ed avervi instillato il dubbio che fare fotografia non significa solo ricercare la fotografia tecnicamente perfetta ma piuttosto ricercare ciò che si è, con luci ed ombre.

Concludo citando una frase celebre di Franco Fontana: “l’arte rende visibile l’invisibile”. Dunque ditemi: cosa c’è di più invisibile del lato oscuro di noi stessi?