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Sabato 11 luglio alle ore 18 c’è stata l’inaugurazione a Sirmione della mostra di fotografia del Maestro Vittorio Storaro dal titolo Scrivere con la luce. Doppie Impressioni tra fotografia e cinematografia.

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Il Maestro Storaro, grande direttore della fotografia o, meglio, come ama definirsi Cinematographer, ha ricevuto numerosi Riconoscimenti e Premi Internazionali tra cui tre Premi OSCAR, conferiti dall’Accademia delle Arti e delle Scienze Cinematografiche di Los Angeles, per i Film: “APOCALYPSE NOW” diretto da Francis Coppola, “REDS” diretto da Warren Beatty, “THE LAST EMPEROR” diretto da Bernardo Bertolucci.

E’ stato un piacere seguirlo passo a passo nella presentazione dei suoi lavori in esposizione, affabile e disponibile a rispondere alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

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La mostra, a ingresso libero, è organizzata dal Comune di Sirmione con il locale Consorzio Albergatori e Ristoratori e l’Associazione Commercianti e resterà aperta fino al 4 ottobre (tutti i giorni escluso il lunedì, orario 10.30-12.30 e 16.30-19, mentre nelle giornate di venerdì e sabato la chiusura è posticipata alle 22).

L’esposizione pone a confronto una selezione di oltre cento immagini del Maestro, frutto di una ricerca che sintetizza l’intera carriera di Storaro. Le immagini sono tratte dai più celebri lavori del Maestro e sono realizzate «in doppia impressione» direttamente durante la fase di scatto, costituendo un coinvolgente viaggio tra fotografia e cinematografia. Esse bene illustrano il percorso artistico di Storaro che sin dagli inizi si concentra sulla LUCE, sulle sue possibilità di Scrittura, sul suo valore di Dialogo tra gli elementi contrastanti che la compongono, per passare successivamente ad esplorare dall’interno la Luce stessa, scoprendone le valenze espressive dello spettro cromatico, i COLORI che la compongono, dedicandosi infine allo studio degli ELEMENTI fondamentali della vita ed alla loro possibile rappresentazione visiva.

Grande cura è stata dedicata all’allestimento della mostra che ha progettato insieme con la figlia Francesca, architetto e light designer; sono stati infatti utilizzati degli innovativi cavalletti, denominati “i visionari”, che includono una luce posizionata in basso che produce una’illuminazione diffusa dell’opera per ottimizzarne la visione da parte dei visitatori.

L’occasione è stata propizia per acquistare la trilogia del grande Maestro “Storaro, Scrivere con la Luce, i Colori, gli Elementi” (Aurea by Mondadori Electa, 2010), ovviamente con dedica ed autografo, che oltre ad essere testo di studio personale, farà anche bella mostra di se nella mia piccola biblioteca casalinga di libri d’arte.

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L’appuntamento è per ottobre, quando il Maestro terrà un atteso workshop di fotografia a Sirmione. Stay tuned!

A volte, invero non più tanto frequentemente ma assai spesso quando ero più giovane, mi pervade un senso di inadeguatezza che genera ansia e sconforto e per qualche tempo mi rende la vita più amara. Da dove nasce questa emozione?
Passato il momento, ho cercato di analizzare con oggettività cosa, dentro di me e fuori di me, induce tale sentimento. Cerco qui di mettere a fattor comune le mie personali riflessioni.

Mi sento inadeguato essenzialmente in due circostanze; la prima è quando non mi sento all’altezza del compito che di volta in volta mi viene proposto. La seconda circostanza è quando mi confronto con ciò che fanno gli altri.

Ci si sente inadeguati al compito da affrontare non tanto perchè si teme di non avere le capacità per far fronte ad una sfida quanto, piuttosto, perchè si teme di fallire e quindi, in ultima analisi, si teme il giudizio altrui che in caso di fallimento non può che essere di biasimo.
Ci si sente inadeguati rispetto a quanto fanno gli altri, non perchè ci manchino le capacità ma, soprattutto, perchè ciò che sappiamo fare, talvolta anche molto bene, ha nella nostra percezione un valore inferiore di quanto sono in grado di fare gli altri e che invece a noi non riesce altrettanto bene.
In sintesi credo si possa affermare che tendiamo a sentirci inadeguati perchè sminuiamo le nostre capacità, assegnando loro un basso valore, e perchè temiamo il giudizio altrui.

Come uscirne?

Convincendosi che la competizione, se vogliamo intendere la vita come competizione, non è tra noi e gli altri bensì con noi stessi. La vita, quella vera e reale, è troppo “ampia” per poter essere racchiusa in un unico obiettivo; nemmeno volendo è possibile giocare il tutto per tutto, in nessun momento della propria vita, anche i più tragici. Qualunque vittoria o sconfitta sarà sempre parziale; se ci manteniamo lucidi non potremo che prendere atto dalle nostre esperienze che il mancato raggiungimento dell’obiettivo che ci eravamo prefissi sarà sempre accompagnato da soddisfazioni altrettanto importanti in altri cimenti della nostra vita. La vita non è una roulette! Non c’è nessun banco da far saltare: se vinci non vinci tutto e se perdi non perdi tutto.

Quindi ognuno ha le sue personali sfide da affrontare e le mie sfide non sono meno significative delle tue. Non devo mettere a confronto le mie sconfitte con le tue vittorie, perchè anch’io sono capace di vincere come tu certamente sai cosa significa essere sconfitto, anche se io non ne ho piena evidenza. Con ciò non intendo dire che alcune vittorie altrui o alcune sconfitte nostre non brucino anche molto e non possano essere fonte di rabbia, delusione e frustrazione. Voglio semplicemente dire che una volta esaurita l’onda lunga di queste emozioni, il tutto va riconsiderato in un contesto più ampio e razionale che soppesi le vittorie e le sconfitte della vita in una prospettiva più ampia. E’ dura, lo so, ma ce la si può fare e, soprattutto, non si deve temere di perdere. Anzi, come dicono gli anglosassoni, se non sei fallito almeno una volta nella vita, vuol dire che non ti sei mai spinto oltre il tuo limite.

Se ciascuno è portatore allo stesso tempo di vittorie e sconfitte, dobbiamo allora concludere che siamo tutti uguali? Nemmeno per sogno! Ciascuno, con il proprio bagaglio di vittorie e sconfitte, è diverso dall’altro ed è in questa diversità che c’è tutto il bello della vita. Perché questa diversità ha il sapore dell’unicità. Siamo esseri unici ed irripetibili.

In un sottopasso di Lambrate a Milano c’è la scritta che potete vedere nella foto allegata: “il Comunismo è Uguaglianza nella Libertà”.

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Credo che sia una definizione efficace di Comunismo. Rispetto chi ci crede nonostante la Storia abbia reso evidente che, dove si è cercato e tutt’oggi si cerca concretamente di imporre l’uguaglianza, si è persa la libertà dei più; nelle comunità del Comunismo reale, tutti devono fare e pensare come vuole il leader di turno. Io non mi sentirei libero in un regime che mi impone l’uguaglianza.
Ma se il Comunismo ha perso, certamente il Capitalismo non ha vinto perchè non rispetta l’uomo in quanto tale ma solo chi è “vincente” secondo modelli di successo che generano bisogni e desideri che non fanno felice l’Uomo.

Tra i due estremi io scelgo l’Umanesimo Cristiano che valorizza l’Uomo nella sua unicità e genera comunità che hanno a cuore il bene collettivo nel rispetto del bene individuale dei singoli componenti. Dunque è una concezione antropologica inclusiva e non esclusiva che è in grado di accettare chiunque e non lascia indietro nessuno, pur garantendo la libertà di ciascuno. Parafrasando la precedente definizione direi: “il Cristianesimo è libertà nella diversità”.

Poiché questa è l’idea che ho dell’Umanesimo Cristiano, soffro nel vedere le divisioni che percorrono le comunità cristiane quando trattano di diritti degli omosessuali o degli immigrati o più in generale dei “diversi”. Come è possibile che la negazione ostinata di alcuni diritti fondamentali dei diversi possa giovare alla Comunità?
Se due omosessuali desiderano formalizzare il loro rapporto d’amore al pari degli eterosessuali, accettando diritti e doveri che da ciò ne conseguono, cosa possono mai togliere all’equilibrio della mia vita da eterosessuale?
Forse in ciascuno di noi non convivono caratteri spiccatamente maschili e femminili? Ne avete consapevolezza? E non accade mai che un uomo debba ricorrere ai propri caratteri femminili, se ha consapevolezza di possederli, per affrontare in modo adeguato delle situazioni che altrimenti sfuggirebbero al suo controllo se adottasse solo le proprie più spiccate doti maschili? E per contro non vi è mai capitato di incontrare donne che devono ricorrere alle proprie caratteristiche maschili per fronteggiare situazioni in cui potrebbero risultare soccombenti se dovessero fare ricorso solo ai propri caratteri femminili?
E ancora. Perché non dovremmo pensare che gli immigrati sono portatori di notevoli ricchezze legate ad una diversa visione della vita e ad una cultura diversa? Smettiamola di stabilire confini ed erigere muri per difendere il nostro quieto vivere ma piuttosto avviciniamoci alle frontiere della nostra società, intendendole come spazi di incontro dell’altro, nel reciproco rispetto delle proprie diversità.

La vita è cambiamento! Accettiamo la sfida di vivere una vita diversa da come l’avevamo pensata.

Lo so che è estremamente più semplice e meno faticoso replicare nella propria vita degli schemi mentali che qualche volta nel passato si sono rilevati efficaci. Si tratta di avere il coraggio di provare a guardare le vita da punti di vista diversi e lasciare che la nostra borsa degli attrezzi si arricchisca di nuovi strumenti e di accettare l’idea che non si deve essere perfetti per incominciare a vivere. Ricordate: “l’ottimo è il nemico del bene”!

Ognuno ha un bagaglio di potenzialità che ha il dovere di coltivare ma anche il diritto di pretendere che sia rispettato.

Ritengo a tal proposito che sia fondamentale cercare nel corso della propria vita qualcuno che possa svolgere il ruolo di guida che ti aiuti a sviluppare il potenziale che è in te. Siddhartha sarebbe diventato il santo e l’illuminato se non avesse incontrato nel proprio cammino l’umile barcaiolo Vasudeva?
Chi è la guida? E’ colui che si affianca nel tuo cammino senza importi una meta, che ti ascolta senza suggerirti cosa dire, che ti osserva senza giudicarti, che ti aiuta a portare le tue croci senza mai farti pesare le sue. E’ colui che sa aspettare e attraverso il suo esempio impari a tollerare che le domande non trovino risposte. E’ colui che sa lasciarti andare per i sentieri della tua vita e a vivere il distacco senza sofferenza.
Sebbene siano rari non è impossibile trovare la propria guida, soprattutto se spendiamo parte del nostro tempo a cercarla con impegno. Io spero di esserlo per i miei figli e per le persone a me più vicine.

Concludo queste mie riflessioni con questo brano tratto da “Siddhartha” di Hermann Hesse (Adelphi Edizioni, 1994). Buona lettura.

Poi verso l’ora del tramonto si misero a sedere su un tronco d’albero lungo la riva, e Siddharta raccontò al barcaiolo donde venisse e quale fosse stata la sua vita, così come oggi, in quell’ora di disperazione, l’aveva vista riemergere davanti ai propri occhi. Fino a tarda notte durò il suo racconto. Vasudeva ascoltò con grande attenzione. (….)
Tra le virtù del barcaiolo questa era una delle più grandi: sapeva ascoltare come pochi. Senza ch’egli avesse detto una parola, Siddharta parlando sentiva come Vasudeva accogliesse in sé le sue parole, tranquillo, aperto, tutto in attesa, e non ne perdesse una, non ne aspettasse una con impazienza, non vi annettesse né lode né biasimo: semplicemente, ascoltava. Siddharta sentì quale fortuna sia imbattersi in un simile ascoltatore, affondare la propria vita nel suo cuore, i propri affanni, la propria ansia di sapere. (….)
Ma quando Siddharta tacque e dopo che ci fu stato un lungo silenzio, allora parlò Vasudeva: « È così come pensavo. Il fiume ti ha parlato. Anche a te è amico, anche a te parla. Questo è bene, molto bene. Resta con me, Siddharta, amico. Una volta avevo una moglie, vicino al mio c’era il suo pagliericcio: ora son tanti anni ch’è morta, tanti anni che vivo solo. Ora vivi tu con me, posto e cibo per due ce n’è ».
« Ti ringrazio, » disse Siddharta « ti ringrazio e accetto. E ti ringrazio anche d’avermi ascoltato così bene! Sono rari gli uomini che sanno ascoltare, e non ne ho mai incontrato uno che fosse così bravo come sei tu. Anche in questo avrò da imparare da te ».
« Imparerai anche questo » disse Vasudeva « ma non da me. Ad ascoltare mi ha insegnato il fiume, e anche tu imparerai da lui. Lui sa tutto, il fiume, tutto si può imparare da lui. Vedi, anche questo tu l’hai già imparato dall’acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo. Il ricco e splendido Siddharta diventa un garzone al remo, il dotto Brahmino Siddharta si fa barcaiolo: anche questo te l’ha detto il fiume. E anche il resto lo imparerai da lui ».
Siddharta parlò, dopo una lunga pausa: « Che altro, Vasudeva? ».
Vasudeva si alzò. « Si è fatto tardi » disse « andiamo a dormire. Non posso dirti che cosa sia ” il resto”, amico. Lo imparerai, fors’anche lo sai già. Vedi, io non sono un sapiente, non so parlare, non so nemmeno pensare. So soltanto ascoltare ed essere pio, altro non ho imparato mai. Se potessi dirtelo e insegnartelo, forse sarei un sapiente, ma invece non sono che un barcaiolo, e il mio compito è di portare gli uomini al di là di questo fiume. Molti ne ho traghettati, migliaia, e per tutti costoro il mio fiume non è stato altro che un ostacolo sul loro cammino. Viaggiavano per denaro e per affari, per nozze, per pellegrinaggi, e il fiume sbarrava loro il cammino, ed ecco, qua c’era il barcaiolo che presto li portava oltre l’ostacolo. Ma fra quelle migliaia alcuni pochi, quattro o cinque, non più, per i quali il fiume aveva cessato d’esser un ostacolo, ne hanno sentito la voce, l’hanno ascoltato, e il fiume è diventato loro sacro, come per me. E ora andiamo a riposare, Siddharta ».