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Torno sul tema delle foto sbagliate che ho già trattato in un precedente post.

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L’occasione me la offre la lettura di un paio di contributi sul tema a firma del fotografo Settimio Benedusi.

il primo è un post di oggi sul sua pagina Facebook che riporto interamente:
La maggior parte delle persone (e pure dei “fotografi”!) pensa che la fotografia debba essere bella, emozionante, piacevole, rassicurante e che mostri qualcosa di bello.
No, non è così.
Una Fotografia che funzioni non deve essere bella, la bellezza può essere una conseguenza, un effetto collaterale, non il fine: una Fotografia deve essere buona, non bella.
Una buona Fotografia deve essere potente, non emozionante. Anche qui l’emozione può (e deve!) esserci, ma come conseguenza, come effetto collaterale, non come fine.
Una buona e potente Fotografia deve essere intima. Deve parlare della propria intimità: che quasi mai è piacevole.
Una Fotografia buona, potente e intima deve confrontarsi e frequentare l’abisso, il vuoto, il mistero: tutto ciò difficilmente può essere rassicurante. Più spesso è destabilizzante.
Una Fotografia buona, potente, intima e coraggiosa non è proprio detto che debba mostrare qualcosa di bello, anzi. Una fotografia di una bella cosa non è una bella Fotografia. È necessario cercare la verità, e quasi mai la verità è semplicemente bella.
Insomma, la buona Fotografia deve essere potente, intima, coraggiosa e vera.
Mi trova sostanzialmente d’accordo e ritengo sia una definizione appropriata di cosa si possa intendere per “buona fotografia”

Il secondo è un post sul suo blog che tratta il tema dell’uso delle fotografie sui social network.
Cito:
La fotografia è un linguaggio: questa affermazione è la base di tutto. La fotografia NON è fare belle fotografie, ma Fotografia è raccontare qualcosa con le immagini.”.
Poche parole per dire con semplicità una verità che i più ignorano. Consiglio la lettura del post; se si seguissero queste indicazioni su Facebook vedremmo meno foto ma più interessanti.

Le due citazioni insieme ci danno gli ingredienti fondamentali per approcciarci alla fotografia nel modo giusto.

Benedusi oltre ad essere un fotografo alquanto noto, ha anche il gusto della provocazione; infatti nel citato post ha aggiunto un aggiornamento che ha il sapore della sfida. Dice infatti:
Probabilmente ha che fare poco con la questione, ma sicuramente ne ha con l’uso della fotografia da parte di chi non è fotografo professionista: l’inesistenza sui vari social network di fotografie sbagliate. Una volta chiunque faceva le fotografie sbagliate così come ora chiunque fotografa tramonti o gatti. Cosa è meglio? Sinceramente non saprei!
Mi piace peró mettere qui di seguito due immagini che é difficilissimo se non impossibile non dico vedere, ma proprio scattare. Due fotografie rarissime e difficilissime da realizzare (queste si, altro che i tramonti). Solo per voi una foto sfuocata e (addirittura!) una foto tutta nera!

A me suona come un invito a rompere gli indugi e a rendere pubbliche una serie di fotografie “tecnicamente imperfette”, anzi certamente sbagliate, che ho scattato in alcuni anni. Queste fotografie hanno un elemento in comune: sono state scattate in modo deliberatamente sbagliato. Un po’ come la musica di Arto Lindsay.

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A me raccontano alcune storie personali. Magari anche a voi.
C’è l’elevata probabilità che la mia interpretazione sia molto diversa dalla vostra. Vi è anche l’elevata probabilità che per voi siano solo foto sbagliate.
L’album di fotografie dal titolo “Evanescenze” lo trovate qui su questo sito, oppure qui su Facebook.

Domenica scorsa, nella magnifica cornice del Laghetto delle Danze, all’interno del complesso monumentale del Vittoriale, si è tenuto l’ultimo dei tre concerti della rassegna “Oltre” previsti dalla sapiente regia di Viola Costa, l’instancabile Direttrice Artistica del prestigioso Festival Tener-a-mente.

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Dopo il jazz rarefatto del duo islandese di Skúli Sverrisson e Óskar Guðjónsson (servizio fotografico),

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a cui è seguito il piano preparato del pianista tedesco Hauschka (servizio fotografico),

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è stata la volta dell’artista newyorkese naturalizzato brasiliano Arto Lindsay.

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Quest’ultimo concerto è stato un evento totalmente estraneo a qualunque mia precedente esperienza musicale. Ho vissuto qualcosa di completamente nuovo che nella sua originalità ed unicità mi ha profondamente colpito.
Non essendo un esperto di musica non mi permetto di fare valutazioni di merito ma più semplicemente desidero condividere i pensieri che questa esperienza da spettatore mi ha evocato. D’altro canto ritengo che l’arte moderna non abbia bisogno di interpreti ma richieda la disponibilità a mettersi in gioco, sia come autori che come spettatori. Ed in questo gioco ognuno può trasmettere e ricevere le emozioni di cui è capace, individuando un senso soggettivo che non può avere alcuna pretesa di diventare assoluto od oggettivo.

Non conoscendo Arto Lindsay mi ero preparato ascoltando il suo ultimo album “Encyclopedia of Arto”. Già mi ero reso conto di trovarmi di fronte ad un artista che produce una musica molto distante dalle mie usuali abitudini di ascolto. Ma come sempre, l’esperienza “dal vivo” è qualcosa di molto più completo e totalizzante dell’ascolto di una registrazione.

L’uomo non è più giovane ed ha l’aria di una persona mite e semplice. Porta con se una vecchia chitarra elettrica di color azzurro a 12 corde che sicuramente ha usato molto e che sembra quasi una sua naturale appendice.

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Con lo strumento produce una serie disordinata e destrutturata di rumori elettronici che per la maggior parte mi paiono sgradevoli ed ai quali si sovrappone in modo totalmente decorrelato un canto che sembra seguire un proprio spartito e che spesso è privo di armonia o melodia. Le sue canzoni iniziano e finiscono in modo secco ed inatteso cosicché ti lasciano in sospeso a chiederti cos’hai ascoltato.

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Se volete farvi un’idea di quanto vi sto raccontando, provate ad ascoltare la seguente registrazione dal vivo. E’ per molti versi simile all’esibizione alla quale ho avuto la fortuna di assistere.

Alla fine del concerto mi sono chiesto molto semplicemente che senso avesse tutto questo. Non già se il concerto mi fosse o meno piaciuto, giacché ritengo che le iperinflazionate categorie dei social network non si addicano a questo genere di performance artistiche, ma piuttosto cosa mi aveva lasciato questa originalissima esperienza di ascolto.

Innanzitutto mi ha colpito l’uomo Arto Lindsay. Un uomo di una certa età che sale su un palcoscenico producendo una musica che non ha nulla di “bello”, secondo i canoni comunemente condivisi, è un uomo che ha il coraggio di essere se stesso di fronte a chicchessia, senza temere in alcun modo il giudizio degli altri e senza cercare di compiacere. Quindi ha la forza di sopportare l’incomprensione ed il coraggio di accettare il rifiuto di chi non lo accetta per quello che è. Sono convinto che questa robustezza la si guadagni vivendo intensamente la propria vita ed avendo accumulato un po’ di anni. Non è cosa da giovani.

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Fare una musica così fuori dagli schemi usuali richiede poi una grande presenza di spirito. Nel momento in cui l’artista produce la sua musica deve essere completamente presente. Non può permettersi di inserire una sorta di pilota automatico che lo porta a ripetere mnemonicamente gesti e partiture che ben conosce, adagiandosi sulla sua capacità tecnica. L’improvvisazione così sofisticata e fuori dagli schemi richiede totale partecipazione dell’artista e se lo spettatore coglie il momento irripetibile a cui sta assistendo, potrà nascere quel magico flusso di emozioni che dall’artista va verso lo spettatore e da quest’ultimo viene riverberato nuovamente verso l’artista in una sorta di risonanza emotiva.

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Vi è vicinanza tra questo modo di fare musica e la fotografia? Credo di si. E proprio in questa vicinanza ho trovato il mio senso del concerto di Arto Lindsay. La musica “sbagliata” che ho ascoltato ha richiamato alla mia memoria le foto “sbagliate” del cui fascino vi raccontavo nel mio precedente blog.
Questi frutti imperfetti di arti perfette raccontano di noi molto più di quei frustranti tentativi di rincorrere la perfezione. Sia ben chiaro: ognuno è libero di creare arte come meglio ritiene; ci mancherebbe! Ciò che voglio dire è che non bisogna temere di mettere in mostra anche il nostro lato oscuro perchè spesso questo è molto più vero e genuino del lato pubblico.

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Uno come Arto Lindsay, che se ne frega se ti piace o meno la sua musica, se lo consideri un genio o un folle e che riesce a stare su un palcoscenico senza nessuna delle protezioni che i canoni della cultura consolidata possono offrirgli, per me è un grande uomo da ascoltare.

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L’intero servizio fotografico sul suo concerto è raccolto nella mia pagina di questo sito a cui vi rimando per una completa visione.