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A pagina 25 dell’edizione del Corriere della Sera del 3 gennaio 2017 è pubblicato un breve articolo della scrittrice Dacia Maraini dal titolo “La gentilezza nelle nostre parole per ricominciare”. Credo meriti attenzione e non potendo pubblicarlo per intero, ne riporto ampi stralci.

Prendendo spunto dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, che ha parlato “di un veleno che si è infiltrato nelle vene della circolazione sanguigna del Paese e si è insinuato nei rapporti della comunità suscitando sospetto, astio, livore e intolleranza”, Maraini fa una riflessione sul linguaggio, a mio modo di vedere, molto interessante.

Ella afferma “Il linguaggio esprime il pensiero collettivo, anche quando non ne è consapevole, il linguaggio disegna i rapporti”.

E poi continua “Non ci rendiamo neanche conto che stiamo usando sempre di più un linguaggio rabbioso e guerresco”. Ciò che connota il clima di guerra è l’impoverimento della realtà: il mondo si divide tra i nemici da abbattere e gli amici da salvare. E cosa rende il mio prossimo un amico o un nemico? L’amico la pensa esattamente come noi; in caso contrario è un nemico.

Maraini contrappone la cultura alla guerra, affermando in modo sublime “la cultura è complessa e problematica. La guerra invece semplifica, taglia, appiattisce, rifiuta le distinzioni, non ammette l’attenzione verso l’altro. La guerra affonda le sue radici nei più arcaici e semplici impulsi di sopravvivenza: uccidere o essere uccisi”.
Per contro “la cultura cerca la comprensione del diverso, la consapevolezza, il senso di responsabilità, il perdono, la gioia di vivere e di amare, la giustizia e le regole di convivenza.”.

Ella allora lancia un avvertimento: “Spesso il cambiamento di linguaggio precede un cambiamento di clima sociale e finisce per sfociare in una guerra vera, fatta di bombe, mitragliatrici, strazio e morte.”

Quindi se vogliamo evitare che dalla guerra di parole si passi ad una guerra vera, dobbiamo iniziare a fare più attenzione a come usiamo il linguaggio.
“La riscoperta di parole come creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza. Non sono le parole della debolezza ma della vera forza, quella del pensiero complesso e dell’intelligenza sociale. Torniamo a parlare di idee e non solo di appartenenza. Torniamo a confrontarci sui progetti per il futuro, senza affidarci a quella triste pratica.”.

Queste parole riecheggiano in me quelle usate da Papa Francesco nell’Udienza Generale del 13 maggio 2015. Riferendosi alla vita familiare, spiegava il valore di tre parole: “permesso?”, “grazie” e “scusa” non intese meramente come segno di “buona educazione” bensì come stile dei buoni rapporti radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro.

Mi viene da pensare che, senza aspettare una complessa conversione del mondo, possiamo da subito incominciare a praticare i valori di “creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza” nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, con gli amici e più in generale nelle numerose occasioni di vita sociale che ognuno quotidianamente sperimenta. E tra questi includo anche i social networks, ambiti di moderna socialità virtuale.

Aggiungerei infine un ultima attenzione: l’ascolto. Fare silenzio dentro di se per lasciare spazio all’altro può essere un esperienza di straordinaria bellezza.

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