Menu
menu
power-of-words

A pagina 25 dell’edizione del Corriere della Sera del 3 gennaio 2017 è pubblicato un breve articolo della scrittrice Dacia Maraini dal titolo “La gentilezza nelle nostre parole per ricominciare”. Credo meriti attenzione e non potendo pubblicarlo per intero, ne riporto ampi stralci.

Prendendo spunto dal discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, che ha parlato “di un veleno che si è infiltrato nelle vene della circolazione sanguigna del Paese e si è insinuato nei rapporti della comunità suscitando sospetto, astio, livore e intolleranza”, Maraini fa una riflessione sul linguaggio, a mio modo di vedere, molto interessante.

Ella afferma “Il linguaggio esprime il pensiero collettivo, anche quando non ne è consapevole, il linguaggio disegna i rapporti”.

E poi continua “Non ci rendiamo neanche conto che stiamo usando sempre di più un linguaggio rabbioso e guerresco”. Ciò che connota il clima di guerra è l’impoverimento della realtà: il mondo si divide tra i nemici da abbattere e gli amici da salvare. E cosa rende il mio prossimo un amico o un nemico? L’amico la pensa esattamente come noi; in caso contrario è un nemico.

Maraini contrappone la cultura alla guerra, affermando in modo sublime “la cultura è complessa e problematica. La guerra invece semplifica, taglia, appiattisce, rifiuta le distinzioni, non ammette l’attenzione verso l’altro. La guerra affonda le sue radici nei più arcaici e semplici impulsi di sopravvivenza: uccidere o essere uccisi”.
Per contro “la cultura cerca la comprensione del diverso, la consapevolezza, il senso di responsabilità, il perdono, la gioia di vivere e di amare, la giustizia e le regole di convivenza.”.

Ella allora lancia un avvertimento: “Spesso il cambiamento di linguaggio precede un cambiamento di clima sociale e finisce per sfociare in una guerra vera, fatta di bombe, mitragliatrici, strazio e morte.”

Quindi se vogliamo evitare che dalla guerra di parole si passi ad una guerra vera, dobbiamo iniziare a fare più attenzione a come usiamo il linguaggio.
“La riscoperta di parole come creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza. Non sono le parole della debolezza ma della vera forza, quella del pensiero complesso e dell’intelligenza sociale. Torniamo a parlare di idee e non solo di appartenenza. Torniamo a confrontarci sui progetti per il futuro, senza affidarci a quella triste pratica.”.

Queste parole riecheggiano in me quelle usate da Papa Francesco nell’Udienza Generale del 13 maggio 2015. Riferendosi alla vita familiare, spiegava il valore di tre parole: “permesso?”, “grazie” e “scusa” non intese meramente come segno di “buona educazione” bensì come stile dei buoni rapporti radicato nell’amore del bene e nel rispetto dell’altro.

Mi viene da pensare che, senza aspettare una complessa conversione del mondo, possiamo da subito incominciare a praticare i valori di “creanza, urbanità, cortesia, affidabilità, comprensione, tolleranza” nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro, con gli amici e più in generale nelle numerose occasioni di vita sociale che ognuno quotidianamente sperimenta. E tra questi includo anche i social networks, ambiti di moderna socialità virtuale.

Aggiungerei infine un ultima attenzione: l’ascolto. Fare silenzio dentro di se per lasciare spazio all’altro può essere un esperienza di straordinaria bellezza.

Salva

Salva

Dai Dialoghi con Pasolini, settimanale Vie Nuove, n. 42, 28 ottobre 1961

upl5555dfcc318bc

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.
Grave colpa da parte mia, lo so!
E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

di Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975)

 

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione.
All’umanità che ne scaturisce.
A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.
A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.
In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare….
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.
E’ un esercizio che mi riesce bene.
E mi riconcilia con il mio sacro poco.

di Rosaria Gasparro, maestra elementare

 

Credo fermamente a quanto riportato, avendo improntato la mia vita ai principi enunciati.

Da Il ritorno di Casanova di Arthur Schnitzler ( 1918)

Passato era il suo tempo! E si confessava anche quanto altrimenti cercava di nascondersi con particolare solerzia, cioè che anche i suoi sforzi letterari e persino il suo libello contro Voltaire, nel quale aveva riposto la sua ultima speranza, sicuramente non sarebbe mai stato un tale successo da giungere lontano. Anche per quello era troppo tardi. Sì, se in anni più giovani avesse avuto il tempo e la pazienza per occuparsi seriamente di cose consimili – lo sapeva bene – sarebbe stato pari ai primi poeti e filosofi del suo secolo; allo stesso modo in cui la grande perseveranza e cautela che gli erano proprie avrebbero fatto di lui il più eccelso dei finanzieri o dei diplomatici.” (…) “Ma rimpiangeva ciò che dell’esistenza poteva aver perduto in questo eterno cercare e mai-o-sempre trovare, in questo eterno fuggire di brama in piacere e di piacere in brama? No, non rimpiangeva niente. Aveva vissuto la sua vita come nessun altro; e non la viveva ancora oggi a modo suo?

Un immagine letteraria che mi induce a riflettere… e a riflettermi…

Ciò che sono.

Ciò che avrei potuto essere e non sono diventato.

Nessuno!

Ma Nessuno è il mio eroe, di cui ammiro il coraggio e l’ingegno.

Ciclope, mi chiedi di nuovo il nome famoso, ed io te lo dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e Nessuno mi chiamano tutti gli altri compagni e sono il condottiero di questi marinai che si sono persi a causa della tempesta.

Un Nessuno a cui mi ispiro nel mio essere nessuno.

Sereno nel mio anonimato. Senza volto…

Lo_Specchio-3

the-great-wave

Parigi, 17 febbraio 1903

Egregio Signore,

                          la vostra lettera m’ha raggiunto solo qualche giorno fa. Voglio ringraziarvi per la sua grande e cara fiducia. Poco più posso. Non posso entrare e diffondermi sulla natura dei vostri versi; ché ogni intenzione critica è troppo remota da me. Nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico: si arriva per quella via sempre a più o meno felici malintesi. Le cose non si possono afferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura.

[‘]

Voi mi domandate se i vostri versi siano buoni. Lo domandate a me. L’avete prima domandato ad altri. LI spedite a riviste. Li paragonate con altre poesie e v’inquietate se talune redazioni rifiutano i vostri tentativi. Ora (poiché voi m’avete permesso di consigliarvi) vi prego di abbandonare tutto questo. Voi guardate fuori, verso l’esterno e questo soprattutto voi non dovreste fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrare in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore, confessatevi se sareste costretto a morire, quando vi si negasse di scrivere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa grave domanda con un forte e semplice ‘debbo’, allora edificate la vostra vita secondo questa necessità. La vostra vita fin dentro la sua più indifferente e minima ora deve farsi segno e testimonio di quest’impulso. Poi avvicinatevi alla natura. Tentate come primo uomo al mondo di dire quello che vedete e vivete e amate e perdete. Non scrivete poesie d’amore; evitate all’inizio le forme troppo correnti e abituali: sono esse le più difficili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offrono in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai motivi generali in quelli che la vostra vita quotidiana vi offre; raffigurate le vostre tristezze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza, raffigurate tutto questo con intima, tranquilla, umile sincerità e usate, per esprimervi, le cose che vi circondano, le immagini dei vostri sogni e gli oggetti della vostra memoria. Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti.

[‘]

Perciò, egregio signore, io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate creare. Accoglietela come suona, senza perdervi in interpretazioni. Forse si dimostrerà che siete chiamato all’arte. Allora assumetevi tale sorte e portatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe venir fuori. [‘]

Ma forse anche dopo questa discesa in voi stesso e nella vostra solitudine dovrete rinunciare a divenire poeta; (basta, come ho detto, sentire che si potrebbe vivere senza scrivere, per non averne più il diritto). Ma anche allora questa immersione, di cui vi prego, non sarà stata invano. La vostra vita di lì innanzi troverà senza dubbio vie proprie, e che vogliano essere buone, ricche e vaste, questo io ve lo auguro più che non possa dire.

Che vi debbo ancora dire? A me tutto sembra accentuato secondo il suo merito; e in fine volevo consigliarvi ancora solo di sostenere lo sviluppo calmo e serio; non lo potete disturbare più violentemente che se guardate fuori e attendete di fuori risposta a domande, cui può forse rispondere solo il vostro più intimo sentimento nella vostra ora più sommessa.

Brano tratto da “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke (Adelphi, 1980).

Ogni volta che leggo questo brano mi emoziono e ritrovo la strada, la mia strada. Ma provo anche nostalgia, nostalgia per questi maestri che oggi più di ieri sono rari.

Suvvia, dunque, ditemi! Per cosa abbiamo rinunciato a questa gentilezza d’animo? Per quale progresso abbiamo rinunciato a questo rispetto, non solo formale, del maestro verso le ansie e le titubanze dell’allievo?

Dove, dove sono finiti i buoni maestri?

Non ho risposte. Purtoppo.

20141128-Miro-1

(Joan Mirò – Senza Titolo – Olio e acrilico su tela)

Da tempo mi sto interrogando su quale sia il mio rapporto con l’arte.

Sono un ingegnere, non un’artista. Dovrei forse accontentarmi di ammirare le opere degli artisti? Trarre conforto dalla vista delle loro creazioni? Sforzarmi di penetrare il loro mondo, i loro pensieri, le loro emozioni? Anche, ma non solo!
Io non mi accontento di assumere un ruolo passivo di fronte all’arte. Se l’arte è l’espressione sublime delle emozioni dell’uomo, ciò che rende visibile l’invisibile, tanto per citare Franco Fontana, per quale motivo io dovrei privarmi della possibilità di utilizzare l’arte per esprimere le mie di emozioni?
Ovviamente questo non fa di me un’artista come il fatto di dilettarmi di fotografia non fa di me un fotografo. Mi impegno e cerco di fare del mio meglio, con le conoscenze e gli strumenti anche culturali di cui dispongo, per esprimere le mie emozioni con delle opere originali che sono frutto della mia inventiva.

20140102-Kandisky-1

(Vassily Kandinsky – Geld-Rot-Blau, 1925, Olio su tela)

Guardo le opere che i grandi artisti hanno realizzato per avere la consapevolezza di quali vette eccelse possono essere raggiunte dall’animo umano. Ma io non intendo sprecare la mia vita nel vano tentativo di ripercorrerne le tracce; cerco piuttosto di trarre da loro forza ed ispirazione per percorrere il mio cammino.

Sono infatti convinto che il valore di ciò che sono in grado di fare sta nel fatto che sono io a realizzarlo con le mie forze, nel modo unico e irripetibile che mi è proprio. Cito a tal proposito quanto afferma il filosofo Martin Buber nel suo prezioso saggio “Il cammino dell’uomo“:

Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Perché, in verità, che questo non accada è ciò che ritarda la venuta del Messia”. Ciascuno è tenuto a sviluppare e dar corpo proprio a questa unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro – fosse pure la persona più grande – ha già realizzato. (…) Siamo qui in presenza di un insegnamento che si basa sul fatto che gli uomini sono ineguali per natura e che pertanto non bisogna cercare di renderli uguali. Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. E infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo.

20140201-Pollock-1

(Jackson Pollock – Number 27, 1950, Olio, smalto e pittura di alluminio su tela)

E’ con questo spirito che da un paio d’anni ho iniziato a scrivere dei componimenti poetici. Non penso certo di essere un poeta ma cerco, con le capacità che ho, di fermare, di serbare il ricordo delle emozioni e dei pensieri che si agitano in me. Ognuno di loro è un piccolo pezzo della mia anima.

C’è una poesia di Alda Merini che meglio di mille parole interpreta ciò che io provo nel mio modesto poetare:

Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole
di parole scelte sapientemente
di fiori detti pensieri
di rose dette presenze
di sogni che abitino gli alberi
di canzoni che facciano danzare le statue
di stelle che mormorino
all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia
la pesantezza delle parole
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Se siete interessati a leggere qualche mio componimento, vi rimando alla pagina di questo sito che raccoglie in ordine cronologico le poesie che ho composto e che per l’appunto si intitola POESIE.

Sia chiaro: non vi è alcun autocompiacimento in questa mia iniziativa. Non pubblico i miei componimenti perchè ritenga di essere un poeta, come non pubblico le mie fotografie perchè ritenga di essere un fotografo. Lo faccio piuttosto nella convinzione che il confronto con il prossimo sia importante per la mia crescita personale. Insomma se uno se la canta e se la suona, è sempre bravo e non ha stimoli per crescere. Se invece si cerca serenamente il confronto con gli altri, si può avere l’opportunità di ricevere dei feedback che possono aiutare a crescere.

Sono consapevole che pochi hanno voglia di ascoltare e di mettersi in gioco. Ma proprio perchè sono rari e preziosi, quelli che sono disponibili a dedicarmi del tempo sono molto importanti per me. Le idee migliori mi sono venute confrontandomi con loro e non chiudendomi nel mesto isolamento di chi si piange addosso perchè gli altri non lo comprendono.

Attentati_Parigi_13nov2015

Ho il cuore gonfio di tristezza per i caduti dei recenti folli attentati terroristici che a Parigi, a Beirut ed in molte altre parti del mondo mietono vittime innocenti sull’altare di un totalitarismo folle ed ideologico che vuole uccidere la libertà e non ha alcun rispetto ne per l’uomo ne per Dio.
Provo sdegno e non voglio abbassare la testa!

Lontano dalle mille inutili polemiche di queste ore, vorrei condividere una bella e famosa poesia con chi ha la gentilezza di leggermi.
E’ un regalo molto gradito che ho ricevuto per il mio odierno compleanno.

Vi racconto dunque la storia del poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903).
William, figlio di un libraio, era il maggiore di 6 fratelli ed all’età di 12 anni si ammalò gravemente di tubercolosi che lo colpì alle ossa. A seguito di ciò e per permettergli di vivere, all’età di 20 anni subì l’amputazione della parte inferiore della gamba sinistra.
William, dotato di una grande forza d’animo, non si scoraggiò mai ed affrontò la malattia che non gli dava tregua; studiò ed intrapprese poi la carriera di giornalista.
L’amico e scrittore scozzese R.L. Stevenson si ispirò alla sua figura per il personaggio del pirata Long John Silver ne L’isola del tesoro.

Nel 1875, mentre si trovava nel suo letto d’ospedale, William scrisse la sua poesia più celebre, Invictus.

(EN)

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

(IT)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Questa bellissima poesia fu di conforto per Nelson Madela negli anni della sua lunga prigionia nelle carceri sudafricane durante il regime dell’apartheid.
C’è una bellissima sequenza del film Invictus del 2009, diretto da Clint Eastwood ed interpretato da Morgan Freedman e Matt Damon, in cui la poesia viene recitata in modo magistrale. La potete trovare a questo link https://youtu.be/O0xQmUOCf9Y.

Questi giganti dell’umanità sono per me fonte d’ispirazione ed il loro esempio mi aiuta ad affrontare le fatiche di ogni giorno ed è di sprone per proseguire indomito il mio cammino, ovunque esso mi conduca.

Con questo spirito dedico a tutte le persone che mi vogliono bene e mi sono state e mi sono vicine un mio piccolo componimento dal titolo La collina.

Credevo di aver scalato una montagna,
invece, mi sono ritrovato su una collina.

Arrivare fin qui mi è costato tempo e fatica.
Ripido ed accidentato è stato il sentiero,
non ritto il mio incerto incedere.

Sulla sommità ho cercato ristoro.
Mi guardo intorno spaesato.
Solo altre colline mi circondano!

Ma, si riaccende la speranza,
scorgo in lontananza alte vette!
Là vorrei andare!

Suvvia dunque, alzati,
raccogli le tue cose.
Non indugiare!

E’ ora di riprendere il cammino.

Nell’ultimo tratto del mio viaggio,
la luce del meriggio autunnale,
calda e ricca di sfumature,
mi accompagnerà alla meta,
qualunque essa sia.

L’inverno si avvicina,
ma non lo temo.
Troverò un rifugio che mi accolga.

Mi guardo allo specchio. Ciò che vedo non corrisponde alla immagine mentale che ho di me stesso.

Lo_Specchio-10
Gli anni sono passati e me ne restano da vivere meno di quanti ne abbia già vissuti. È un dato di fatto e non me ne rammarico.

Strana la vita; quando sei giovane pensi di avere a disposizione tutto il tempo che vuoi e non ti preoccupi del suo inesorabile scorrere. Poi improvvisamente ti rendi conto di essere invecchiato più di quanto pensassi.
I tuoi anni sono con te; si riflettono nella tua immagine e nel tuo corpo che mostra i segni del tempo.
I cambiamenti sono stati lenti ma inesorabili. Puoi accettarli o rifiutarli. Ma la sostanza non cambia.

Mi guardo allo specchio e penso.
Sei felice?
Ti senti realizzato?
I tuoi sogni da ragazzo sono diventati realtà o sono rimasti sogni?

Queste sono domande difficili che ti obbligano a guardarti senza veli e ad essere sincero con te stesso. Nella ricerca di una risposta ti rendi conto che non ha importanza quello che hai fatto ma che uomo sei diventato. Essere per fare e non fare per essere!

Lo_Specchio-3
Una cosa è certa; vorrei essere migliore di come sono. Da molti punti di vista. Ma sono come sono e nonostante tutti i miei sforzi sono consapevole di essere ben distante dall’ideale a cui aspiro. Tuttavia non mi rassegno e quindi cerco ogni giorno di fare il mio passo avanti, piccolo o grande a seconda delle circostanze che mi capita di affrontare. Nulla di speciale; è esperienza comune.
Quando si affronta questo esame della propria vita, dunque, credo sia importante avere la consapevolezza che non si è perfetti e che ciascuno di noi ha avuto successi più o meno grandi ed ha commesso una quantità più o meno grande di errori. Avere una giusta dose di autostima e di affetto per se stessi aiuta a non essere inutilmente severi. Questa serena consapevolezza di se aiuta poi ad essere accoglienti con gli altri, perché si è accettato ciò che si è, con pregi e difetti, miserie e nobiltà. Non scaricare sugli altri le proprie frustrazioni aiuta ad avere un rapporto più sereno con il mondo.
C’è un passo a me molto caro in cui Siddharta afferma:

Ho appreso nell’anima e nel corpo, che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell’ambizione, della vanità, e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smettere di confrontarlo con un certo mondo immaginato, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, ma per lasciarlo, invece, così com’è, e amarlo e appartenergli con gioia”.

Sono convinto che sapersi accettare per quello che si è sia la condizione per poter accettare gli altri senza pretendere di volerli cambiare a nostro piacimento.

Sono arrivato a questa consapevolezza come risultato di un lungo percorso interiore. Altri migliori di me sviluppano queste caratteristiche prima ed in modo più naturale. Beati loro! A me è toccato in sorte di far fatica.

In gioventù ho vissuto la mia vita come se percorressi una strada sicura, tracciata da altri e con tappe prestabilite. Non esistevano scorciatoie, dovevo arrivare alla meta e nessuno si preoccupava di chiedermi dove volessi andare. Sia ben inteso, le intenzioni erano le migliori: permettermi di costruirmi un futuro. E ciò al prezzo di notevoli sacrifici. In un epoca di grandi rivolgimenti sociali e culturali, io ero fortemente concentrato al raggiungimento di quella meta che rappresentava il riscatto sociale di una famiglia.
Arrivato alla meta e all’età adulta ho fatto quanto ci si aspettava che facessi, senza mai sgarrare, convinto che non ci fossero alternative. Nessuno mi costringeva, nessuno esercitava su di me alcuna pressione. Ero io che non riuscivo ad immaginare che potessero esistere strade alternative. Volere è potere, mi dicevo. Ho sempre creduto di poter compensare le mie debolezze con la forza di volontà. E diligentemente facevo la mia parte. Volevo essere bravo ed affidabile, il migliore. La perfezione era per me la chiave per poter essere accettato dagli altri. Con buona volontà ho affrontato le prove che la vita mi proponeva, ho cercato di rialzarmi ogni volta che sono caduto, ho cercato di non fare tragedie nei momenti in cui tutto sembrava andare per il peggio.

Lo_Specchio-1

Ricordo la sequenza di un film che vidi allora e che mi rimase impressa, anche se ora non ricordo quale fosse il titolo. Il protagonista faceva un sogno ricorrente; era giovane e si trovava ad un incrocio con molte alternative e molto affollato, con gente che andava numerosa in tutte le direzioni. Non sapendo quale strada scegliere, ne imboccò una quasi a caso. Proseguì il suo cammino e ogni tanto incontrava altri incroci che mano a mano che avanzava avevano sempre meno alternative ed erano sempre meno affollati. Fino a quando ad un certo punto si trovò ormai vecchio ad un incrocio dove era solo e le sue possibilità di scelta era oramai ridotte al minimo. Credo sia una bella metafora della vita.

Più andavo avanti sulla mia strada, più vedevo ridursi le possibilità di cambiare il sentiero che avevo imboccato; il carico che portavo sulle spalle lo sentivo diventare ogni giorno più pesante. Il cammino diventava sempre più faticoso ed il fiato si faceva più corto, spaventato dall’idea di non poter sfuggire al mio destino e di non riuscire a mantenere il passo; avevo uno smodato bisogno di attenzione e di consenso ed al contempo temevo che gli altri scoprissero le mie fragilità e mi mettessero all’indice. La paura di non farcela e di essere rifiutato mi rendeva molto fragile e per difendermi rinforzavo le mura di quel castello mentale che mi aiutava a proteggermi dagli altri e che gradualmente diventava la prigione in cui inconsapevolmente mi rinchiudevo.

Lo_Specchio-7
L’angoscia di non farcela a reggere tutto questo carico cresceva ogni giorno di più ed inevitabilmente sfociò in una profonda depressione quando le responsabilità che mi erano state attribuite mi impedivano di avere rifugi in cui nascondermi. Ero diventato il primo della fila e ci si aspettava che io dirigessi il cammino degli altri. Non ero più in grado di reggere le aspettative che io stesso nel tempo avevo contribuito a costruire su di me e quel che è peggio, non vedevo vie di uscita se non la fuga terrorizzato verso un altrove non meglio definito.

Ricordo quei momenti; un angoscia senza fine. Ogni mattina quando mi mettevo in moto per affrontare la mia giornata vomitavo l’anima nella speranza di far uscire da me quel veleno che ammorbava la mia vita. Apparentemente la mia vita era normale: lavoravo, gestivo le mie responsabilità, accudivo la mia famiglia. Oh ma dentro, dentro di me erano solo rovine e devastazioni.

Lo_Specchio-13

Non sapevo più da che parte prendere la mia vita e non riuscivo nemmeno a comunicare tutto il dolore che c’era dentro di me alle persone che mi erano vicine. Ed esse, non per insensibilità, ma per la mia incapacità anche solo di sussurrare tutto il male che covava in me, non vedevano ne capivano l’abisso in cui ero caduto. E se lo avevano intuito, non erano in grado di aiutarmi in modo efficace.

Lo_Specchio-12
Una cosa sola mi ha salvato da quell’abisso: la forza di chiedere aiuto a chi era in grado di darmelo prima che fosse troppo tardi. Puro istinto di sopravvivenza. Mi rivolsi ad un psicoanalista che mi prese in cura: entrai in analisi. Era il 14 giugno 2008.

Lo_Specchio-5

Subito dopo essere entrato in analisi, come un naufrago che si aggrappa al legno che lo tiene a galla, sentii le forze venir meno e mi assalse la paura di non riuscire più a reggermi; fui vittima di un devastante attacco di panico. La mattina di giovedì 19 giugno non riuscivo ad alzarmi dal letto stremato dalla fatica. Non avevo avvisaglie di quell’uragano che di lì a poco mi avrebbe investito. Chiamai al telefono un mio caro collega per chiedergli di avvisare che quella mattina proprio no, non ce la facevo ad alzarmi e ad affrontare il mio carico di angosce. Ricordo che ero disteso a letto e stavo parlando; le mie difese si stavano abbassando ed in quello stato quasi indifeso fui improvvisamente investito da un onda di puro panico e persi completamente il controllo del mio fisico. Respiravo con molta fatica, un sudore freddo mi pervase ed un tremore incontrollabile mi scosse mentre l’iperventilazione mi provocò una temporanea paresi facciale e a stento riuscivo a pronunciare biascicando parole incomprensibili. “Sto morendo; forse sto impazzendo. E’ giunta la mia ora dunque?” Questo è quanto pensavo in preda all’angoscia più nera. Mi ero immerso nel mare oscuro della follia.

Sopravvissi e per circa un mese ebbi attacchi di panico, più leggeri ma altrettanto devastanti, due volte al giorno. Poi come erano venuti se ne andarono. Mi lasciarono stremato ma consapevole di aver toccato il fondo. Da quel momento non potevo che rialzarmi. E così fu.

Lo_Specchio-6
Dal 2008 ho fatto tre sedute d’analisi alla settimana, scavando e dissodando ogni più piccolo anfratto del mio animo. Con un lavoro molto impegnativo ed un notevole investimento su me stesso ho raggiunto una buona consapevolezza di come funziona la mia mente ed ho sperimentato nella mia vita la verità di questo antico proverbio indù:

Nulla è cambiato
Solo io sono cambiato
Pertanto,
tutto è cambiato

Sulla mia pelle e nella mia vita ho avuto modo di sperimentare che non esistono scorciatoie. Le vie del dolore vanno percorse fino in fondo e se si ha la fortuna di sopravvivere, si rinasce un altra volta e si è esseri umani diversi e credo migliori.

Come riflettevo nel mio post sulla depressione, ci sono molti pregiudizi e molta reticenza intorno a queste malattie che interessano la psiche. Da ciò che leggo, sembra che le condizioni di vita tipiche della società moderna favoriscano l’insorgere di disturbi psichici più o meno gravi in molti soggetti ma solo pochi si affidano ad uno specialista per curarsi. Se uno si rompe una gamba mai si sognerebbe di curarsi da solo o penserebbe di potersi affidare alle cure di amici e parenti. Invece per i disturbi psichici molti sono convinti di poter far da se o che basti l’aiuto dei propri cari. E come se un nuotatore inesperto cercasse di salvare una persona che annaspa nell’acqua; sono alte le probabilità che entrambi affoghino.
Nell’interessante articolo dell’Huffington Post che potete leggere all’indirizzo http://www.huffingtonpost.it/2015/08/13/segnali-bisogno-analista-_n_7981892.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001 si afferma tra le altre cose: “Gli psicologi attribuiscono il basso tasso di persone in cura allo stigma e a tante leggende metropolitane connesse alla figura dell’analista. Fra queste il timore che solo i “matti” abbiano bisogno della psicoterapia, che il fatto di accettare quell’aiuto rappresenti un segno di debolezza, o che le cure finiscano per consumare parecchio tempo e denaro.“. Si aggiunge poi: “E aldilà di tutta quell’inutile sofferenza, rifiutando l’aiuto dei professionisti chi sta male potrebbe finire addirittura col peggiorare la propria situazione.“. Ed infine: “Le malattie mentali vengono ancora ingiustificatamente stigmatizzate, ma qui non stiamo neanche parlando di malattia mentale… Stiamo solo parlando della vita, e di quanto essa possa risultare difficile. I benefici della psicoterapia [possono esser visti] più al pari degli esercizi anti-stress, o di un’alimentazione sana — cioè soltanto delle strategie che aiutano a facilitare la propria vita, e contribuiscono a rimuovere le cause dello stress”.

La mia esperienza mi porta a dire che l’aiuto di uno specialista è stato sicuramente determinante per curare i miei disturbi psichici. E’ stata dura, molto dura ma ce l’ho fatta! Sono guarito.

Un altro aspetto con il quale mi sono ritrovato a combattere durante la mia malattia è il senso di colpa. L’analisi mi ha aiutato a comprendere che non avevo colpe. La mia malattia non è stata la punizione per i miei peccati. Dio è molto più misericordioso di chi lo invoca quotidianamente avendo dimenticato il perché!

Lo_Specchio-4

Invero nei momenti più bui la Croce di Cristo ha rappresentato l’unico punto fermo della mia vita. Ad essa mi sono aggrappato per non scivolare nel nulla. Associo Dio al silenzio. E nel profondo del mio essere c’è silenzio, un silenzio che non è assenza ma vera presenza. Con il dolore ho imparato ad ascoltare questo silenzio e a discernere ciò che lo esalta e ciò che lo offende. Il dolore è un esperienza che non puoi condividere con altri. Puoi ricevere conforto e aiuto ma sei solo, solo con te stesso. Ed in questa solitudine, priva di una reale consolazione, si può trovare Dio. E qualche angelo. Grazie a loro e a tanta fatica ed impegno, pian piano la tempesta è passata.

Lo_Specchio-11

Qualcuno, magari in buona fede, potrebbe pensare che quanto ho vissuto mi abbia reso meno affidabile e più fragile. Sono convinto che si tratti di un errato pregiudizio; il significativo lavoro che ho fatto su di me e la consapevolezza che ho raggiunto mi aiutano a farmi meno condizionare dalle mie debolezze e ad affrontare la vita con maggior coraggio e determinazione. L’energia che prima spendevo per restare faticosamente a galla ora la posso utilizzare in modo molto più proficuo ed efficace per vivere la mia vita.

L’esperienza che ho vissuto, invero, è stata un vero e proprio spartiacque che nella mia vita definisce un prima ed un dopo. Nel mio dopo che sto sperimentando mi sono spinto ad esplorare sentieri sconosciuti, senza una meta precisa. Ciò mi ha permesso di fare esperienze molto belle e significative. Ho imparato ad ascoltarmi e ad ascoltare ed a percepire che il mondo è ben più ampio di come lo avevo sempre immaginato. Infinite sfumature da assaporare con piacere.

Ho pagato un prezzo elevato per arrivare fin qui ma sono convinto di aver speso bene le risorse che avevo a disposizione. Perciò sono grato alla vita anche se la mia è una gratitudine melanconica che deriva dalla sensazione di aver vissuto la vita di qualcun altro e dal rammarico di essermene reso conto troppo tardi. Ho un grande bisogno, un desiderio direi, di riappacificarmi con la mia vita, i miei errori ed i miei timidi, troppo timidi tentativi di essere me stesso. La paura di fallire mi ha indotto a dire di si quando avrei dovuto dire di no e a dire di no quando avrei dovuto dire di si.

Non vorrei dare un impressione sbagliata; i miei difetti, le mie fragilità, le mie paure ci sono ancora tutte ma grazie alla psicoanalisi, che non è una sorta di potente anestetico ne modifica la natura delle persone che si sottopongono, il contenitore delle mie emozioni si è allargato ed irrobustito e quindi, quando la tempesta si avvicina, è più difficile che trabocchi o che causi danni irreparabili.

Lo_Specchio-8

Non sempre riesco ad essere positivo e sereno. Soprattutto quando mi sento solo. E questo ahimè è una sensazione che spesso mi accompagna. Ho sete di incontri e fame di racconti. Per capire, attraverso gli altri, me stesso e nell’intimo trovare quella forza che mi induca a ritenere che ho ancora qualche carta da giocare nella mia partita con la vita. Forse non saranno le mani migliori ma certamente quelle più sincere e vere.

Questo racconto di una piccola parte della mia vita vuole avere il significato di una testimonianza. Metto la mia esperienza più intima a disposizione di chi ha la sensibilità e la delicatezza per coglierla. E se tra questi c’è qualcuno che è in mezzo al guado, vorrei che si convincesse che c’è una via d’uscita, che è difficile trovarla da soli e quindi bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto e di lasciarsi andare una volta che si è trovato qualcuno che è in grado di reggere il nostro travaglio interiore e di farci partorire con dolore e fatica quell’uomo nuovo che è dentro di noi.

Quindi non abbiate paura a mettervi nudi davanti ad uno specchio e chiedervi: chi sono? Le risposte che faticosamente troverete vi aiuteranno ad essere migliori perché più consapevoli di voi e della meraviglia della vita che ogni giorno ci sfida ad essere “vivi”.

Concludo le mie riflessioni con una bellissima poesia del poeta J. Rumi, un mistico persiano del XIII secolo, che spero possa illuminarvi.

GUEST HOUSE

This being human is a guest house
Every morning a new arrival.
A joy, a depression, a meanness,
some momentary awareness comes
as an unexpected visitor.
Welcome and entertain them all!
Even if they are a crowd of sorrows,
who violently sweep your house
empty of its furniture,
still treat each guest honorably.
He may be clearing you out for some new delight.
The dark thought, the shame, the malice,
meet them at the door laughing,
and invite them in.
Be grateful for whoever comes,
because each has been sent
as a guide from beyond.

(libera traduzione

LA LOCANDA

L’ essere umano è come una locanda
ogni mattina un nuovo arrivo.
Una gioia, una depressione, una meschinità.
come visitatori inaspettati
arrivano istanti di consapevolezza
Dai loro il benvenuto ed intrattienili tutti!
Anche se sono una moltitudine di sofferenze,
che violentemente si abbatte sulla tua casa
vuotandola di tutti i suoi arredi,
ciononostante, tratta ogni ospite con rispetto.
Potrebbe essere lì per fare spazio a nuove gioie.
I pensieri oscuri, la vergogna, la malevolenza,
vai loro incontro sulla soglia ridendo,
e invitali ad entrare.
Sii riconoscente con chiunque si presenti,
perché ciascuno è stato mandato
come una guida dall’alto.)

Torno sul tema delle foto sbagliate che ho già trattato in un precedente post.

20150822-Evanescenze-11

L’occasione me la offre la lettura di un paio di contributi sul tema a firma del fotografo Settimio Benedusi.

il primo è un post di oggi sul sua pagina Facebook che riporto interamente:
La maggior parte delle persone (e pure dei “fotografi”!) pensa che la fotografia debba essere bella, emozionante, piacevole, rassicurante e che mostri qualcosa di bello.
No, non è così.
Una Fotografia che funzioni non deve essere bella, la bellezza può essere una conseguenza, un effetto collaterale, non il fine: una Fotografia deve essere buona, non bella.
Una buona Fotografia deve essere potente, non emozionante. Anche qui l’emozione può (e deve!) esserci, ma come conseguenza, come effetto collaterale, non come fine.
Una buona e potente Fotografia deve essere intima. Deve parlare della propria intimità: che quasi mai è piacevole.
Una Fotografia buona, potente e intima deve confrontarsi e frequentare l’abisso, il vuoto, il mistero: tutto ciò difficilmente può essere rassicurante. Più spesso è destabilizzante.
Una Fotografia buona, potente, intima e coraggiosa non è proprio detto che debba mostrare qualcosa di bello, anzi. Una fotografia di una bella cosa non è una bella Fotografia. È necessario cercare la verità, e quasi mai la verità è semplicemente bella.
Insomma, la buona Fotografia deve essere potente, intima, coraggiosa e vera.
Mi trova sostanzialmente d’accordo e ritengo sia una definizione appropriata di cosa si possa intendere per “buona fotografia”

Il secondo è un post sul suo blog che tratta il tema dell’uso delle fotografie sui social network.
Cito:
La fotografia è un linguaggio: questa affermazione è la base di tutto. La fotografia NON è fare belle fotografie, ma Fotografia è raccontare qualcosa con le immagini.”.
Poche parole per dire con semplicità una verità che i più ignorano. Consiglio la lettura del post; se si seguissero queste indicazioni su Facebook vedremmo meno foto ma più interessanti.

Le due citazioni insieme ci danno gli ingredienti fondamentali per approcciarci alla fotografia nel modo giusto.

Benedusi oltre ad essere un fotografo alquanto noto, ha anche il gusto della provocazione; infatti nel citato post ha aggiunto un aggiornamento che ha il sapore della sfida. Dice infatti:
Probabilmente ha che fare poco con la questione, ma sicuramente ne ha con l’uso della fotografia da parte di chi non è fotografo professionista: l’inesistenza sui vari social network di fotografie sbagliate. Una volta chiunque faceva le fotografie sbagliate così come ora chiunque fotografa tramonti o gatti. Cosa è meglio? Sinceramente non saprei!
Mi piace peró mettere qui di seguito due immagini che é difficilissimo se non impossibile non dico vedere, ma proprio scattare. Due fotografie rarissime e difficilissime da realizzare (queste si, altro che i tramonti). Solo per voi una foto sfuocata e (addirittura!) una foto tutta nera!

A me suona come un invito a rompere gli indugi e a rendere pubbliche una serie di fotografie “tecnicamente imperfette”, anzi certamente sbagliate, che ho scattato in alcuni anni. Queste fotografie hanno un elemento in comune: sono state scattate in modo deliberatamente sbagliato. Un po’ come la musica di Arto Lindsay.

20150822-Evanescenze-19 20150822-Evanescenze-16

20150822-Evanescenze-15

A me raccontano alcune storie personali. Magari anche a voi.
C’è l’elevata probabilità che la mia interpretazione sia molto diversa dalla vostra. Vi è anche l’elevata probabilità che per voi siano solo foto sbagliate.
L’album di fotografie dal titolo “Evanescenze” lo trovate qui su questo sito, oppure qui su Facebook.

Domenica scorsa, nella magnifica cornice del Laghetto delle Danze, all’interno del complesso monumentale del Vittoriale, si è tenuto l’ultimo dei tre concerti della rassegna “Oltre” previsti dalla sapiente regia di Viola Costa, l’instancabile Direttrice Artistica del prestigioso Festival Tener-a-mente.

20150802-Vittoriale_Lindsay-120150802-Vittoriale_Lindsay-2

Dopo il jazz rarefatto del duo islandese di Skúli Sverrisson e Óskar Guðjónsson (servizio fotografico),

20150731-Vittoriale_Skuli_Oskar-12

a cui è seguito il piano preparato del pianista tedesco Hauschka (servizio fotografico),

20150801-Vittoriale_Hauschka-7

è stata la volta dell’artista newyorkese naturalizzato brasiliano Arto Lindsay.

20150802-Vittoriale_Lindsay-10

Quest’ultimo concerto è stato un evento totalmente estraneo a qualunque mia precedente esperienza musicale. Ho vissuto qualcosa di completamente nuovo che nella sua originalità ed unicità mi ha profondamente colpito.
Non essendo un esperto di musica non mi permetto di fare valutazioni di merito ma più semplicemente desidero condividere i pensieri che questa esperienza da spettatore mi ha evocato. D’altro canto ritengo che l’arte moderna non abbia bisogno di interpreti ma richieda la disponibilità a mettersi in gioco, sia come autori che come spettatori. Ed in questo gioco ognuno può trasmettere e ricevere le emozioni di cui è capace, individuando un senso soggettivo che non può avere alcuna pretesa di diventare assoluto od oggettivo.

Non conoscendo Arto Lindsay mi ero preparato ascoltando il suo ultimo album “Encyclopedia of Arto”. Già mi ero reso conto di trovarmi di fronte ad un artista che produce una musica molto distante dalle mie usuali abitudini di ascolto. Ma come sempre, l’esperienza “dal vivo” è qualcosa di molto più completo e totalizzante dell’ascolto di una registrazione.

L’uomo non è più giovane ed ha l’aria di una persona mite e semplice. Porta con se una vecchia chitarra elettrica di color azzurro a 12 corde che sicuramente ha usato molto e che sembra quasi una sua naturale appendice.

20150802-Vittoriale_Lindsay-520150802-Vittoriale_Lindsay-720150802-Vittoriale_Lindsay-820150802-Vittoriale_Lindsay-9

Con lo strumento produce una serie disordinata e destrutturata di rumori elettronici che per la maggior parte mi paiono sgradevoli ed ai quali si sovrappone in modo totalmente decorrelato un canto che sembra seguire un proprio spartito e che spesso è privo di armonia o melodia. Le sue canzoni iniziano e finiscono in modo secco ed inatteso cosicché ti lasciano in sospeso a chiederti cos’hai ascoltato.

20150802-Vittoriale_Lindsay-1720150802-Vittoriale_Lindsay-8
Se volete farvi un’idea di quanto vi sto raccontando, provate ad ascoltare la seguente registrazione dal vivo. E’ per molti versi simile all’esibizione alla quale ho avuto la fortuna di assistere.

Alla fine del concerto mi sono chiesto molto semplicemente che senso avesse tutto questo. Non già se il concerto mi fosse o meno piaciuto, giacché ritengo che le iperinflazionate categorie dei social network non si addicano a questo genere di performance artistiche, ma piuttosto cosa mi aveva lasciato questa originalissima esperienza di ascolto.

Innanzitutto mi ha colpito l’uomo Arto Lindsay. Un uomo di una certa età che sale su un palcoscenico producendo una musica che non ha nulla di “bello”, secondo i canoni comunemente condivisi, è un uomo che ha il coraggio di essere se stesso di fronte a chicchessia, senza temere in alcun modo il giudizio degli altri e senza cercare di compiacere. Quindi ha la forza di sopportare l’incomprensione ed il coraggio di accettare il rifiuto di chi non lo accetta per quello che è. Sono convinto che questa robustezza la si guadagni vivendo intensamente la propria vita ed avendo accumulato un po’ di anni. Non è cosa da giovani.

20150802-Vittoriale_Lindsay-22

Fare una musica così fuori dagli schemi usuali richiede poi una grande presenza di spirito. Nel momento in cui l’artista produce la sua musica deve essere completamente presente. Non può permettersi di inserire una sorta di pilota automatico che lo porta a ripetere mnemonicamente gesti e partiture che ben conosce, adagiandosi sulla sua capacità tecnica. L’improvvisazione così sofisticata e fuori dagli schemi richiede totale partecipazione dell’artista e se lo spettatore coglie il momento irripetibile a cui sta assistendo, potrà nascere quel magico flusso di emozioni che dall’artista va verso lo spettatore e da quest’ultimo viene riverberato nuovamente verso l’artista in una sorta di risonanza emotiva.

20150802-Vittoriale_Lindsay-21

Vi è vicinanza tra questo modo di fare musica e la fotografia? Credo di si. E proprio in questa vicinanza ho trovato il mio senso del concerto di Arto Lindsay. La musica “sbagliata” che ho ascoltato ha richiamato alla mia memoria le foto “sbagliate” del cui fascino vi raccontavo nel mio precedente blog.
Questi frutti imperfetti di arti perfette raccontano di noi molto più di quei frustranti tentativi di rincorrere la perfezione. Sia ben chiaro: ognuno è libero di creare arte come meglio ritiene; ci mancherebbe! Ciò che voglio dire è che non bisogna temere di mettere in mostra anche il nostro lato oscuro perchè spesso questo è molto più vero e genuino del lato pubblico.

20150802-Vittoriale_Lindsay-20

Uno come Arto Lindsay, che se ne frega se ti piace o meno la sua musica, se lo consideri un genio o un folle e che riesce a stare su un palcoscenico senza nessuna delle protezioni che i canoni della cultura consolidata possono offrirgli, per me è un grande uomo da ascoltare.

20150802-Vittoriale_Lindsay-15

L’intero servizio fotografico sul suo concerto è raccolto nella mia pagina di questo sito a cui vi rimando per una completa visione.

A volte, invero non più tanto frequentemente ma assai spesso quando ero più giovane, mi pervade un senso di inadeguatezza che genera ansia e sconforto e per qualche tempo mi rende la vita più amara. Da dove nasce questa emozione?
Passato il momento, ho cercato di analizzare con oggettività cosa, dentro di me e fuori di me, induce tale sentimento. Cerco qui di mettere a fattor comune le mie personali riflessioni.

Mi sento inadeguato essenzialmente in due circostanze; la prima è quando non mi sento all’altezza del compito che di volta in volta mi viene proposto. La seconda circostanza è quando mi confronto con ciò che fanno gli altri.

Ci si sente inadeguati al compito da affrontare non tanto perchè si teme di non avere le capacità per far fronte ad una sfida quanto, piuttosto, perchè si teme di fallire e quindi, in ultima analisi, si teme il giudizio altrui che in caso di fallimento non può che essere di biasimo.
Ci si sente inadeguati rispetto a quanto fanno gli altri, non perchè ci manchino le capacità ma, soprattutto, perchè ciò che sappiamo fare, talvolta anche molto bene, ha nella nostra percezione un valore inferiore di quanto sono in grado di fare gli altri e che invece a noi non riesce altrettanto bene.
In sintesi credo si possa affermare che tendiamo a sentirci inadeguati perchè sminuiamo le nostre capacità, assegnando loro un basso valore, e perchè temiamo il giudizio altrui.

Come uscirne?

Convincendosi che la competizione, se vogliamo intendere la vita come competizione, non è tra noi e gli altri bensì con noi stessi. La vita, quella vera e reale, è troppo “ampia” per poter essere racchiusa in un unico obiettivo; nemmeno volendo è possibile giocare il tutto per tutto, in nessun momento della propria vita, anche i più tragici. Qualunque vittoria o sconfitta sarà sempre parziale; se ci manteniamo lucidi non potremo che prendere atto dalle nostre esperienze che il mancato raggiungimento dell’obiettivo che ci eravamo prefissi sarà sempre accompagnato da soddisfazioni altrettanto importanti in altri cimenti della nostra vita. La vita non è una roulette! Non c’è nessun banco da far saltare: se vinci non vinci tutto e se perdi non perdi tutto.

Quindi ognuno ha le sue personali sfide da affrontare e le mie sfide non sono meno significative delle tue. Non devo mettere a confronto le mie sconfitte con le tue vittorie, perchè anch’io sono capace di vincere come tu certamente sai cosa significa essere sconfitto, anche se io non ne ho piena evidenza. Con ciò non intendo dire che alcune vittorie altrui o alcune sconfitte nostre non brucino anche molto e non possano essere fonte di rabbia, delusione e frustrazione. Voglio semplicemente dire che una volta esaurita l’onda lunga di queste emozioni, il tutto va riconsiderato in un contesto più ampio e razionale che soppesi le vittorie e le sconfitte della vita in una prospettiva più ampia. E’ dura, lo so, ma ce la si può fare e, soprattutto, non si deve temere di perdere. Anzi, come dicono gli anglosassoni, se non sei fallito almeno una volta nella vita, vuol dire che non ti sei mai spinto oltre il tuo limite.

Se ciascuno è portatore allo stesso tempo di vittorie e sconfitte, dobbiamo allora concludere che siamo tutti uguali? Nemmeno per sogno! Ciascuno, con il proprio bagaglio di vittorie e sconfitte, è diverso dall’altro ed è in questa diversità che c’è tutto il bello della vita. Perché questa diversità ha il sapore dell’unicità. Siamo esseri unici ed irripetibili.

In un sottopasso di Lambrate a Milano c’è la scritta che potete vedere nella foto allegata: “il Comunismo è Uguaglianza nella Libertà”.

20150625-Uguaglianza-1

Credo che sia una definizione efficace di Comunismo. Rispetto chi ci crede nonostante la Storia abbia reso evidente che, dove si è cercato e tutt’oggi si cerca concretamente di imporre l’uguaglianza, si è persa la libertà dei più; nelle comunità del Comunismo reale, tutti devono fare e pensare come vuole il leader di turno. Io non mi sentirei libero in un regime che mi impone l’uguaglianza.
Ma se il Comunismo ha perso, certamente il Capitalismo non ha vinto perchè non rispetta l’uomo in quanto tale ma solo chi è “vincente” secondo modelli di successo che generano bisogni e desideri che non fanno felice l’Uomo.

Tra i due estremi io scelgo l’Umanesimo Cristiano che valorizza l’Uomo nella sua unicità e genera comunità che hanno a cuore il bene collettivo nel rispetto del bene individuale dei singoli componenti. Dunque è una concezione antropologica inclusiva e non esclusiva che è in grado di accettare chiunque e non lascia indietro nessuno, pur garantendo la libertà di ciascuno. Parafrasando la precedente definizione direi: “il Cristianesimo è libertà nella diversità”.

Poiché questa è l’idea che ho dell’Umanesimo Cristiano, soffro nel vedere le divisioni che percorrono le comunità cristiane quando trattano di diritti degli omosessuali o degli immigrati o più in generale dei “diversi”. Come è possibile che la negazione ostinata di alcuni diritti fondamentali dei diversi possa giovare alla Comunità?
Se due omosessuali desiderano formalizzare il loro rapporto d’amore al pari degli eterosessuali, accettando diritti e doveri che da ciò ne conseguono, cosa possono mai togliere all’equilibrio della mia vita da eterosessuale?
Forse in ciascuno di noi non convivono caratteri spiccatamente maschili e femminili? Ne avete consapevolezza? E non accade mai che un uomo debba ricorrere ai propri caratteri femminili, se ha consapevolezza di possederli, per affrontare in modo adeguato delle situazioni che altrimenti sfuggirebbero al suo controllo se adottasse solo le proprie più spiccate doti maschili? E per contro non vi è mai capitato di incontrare donne che devono ricorrere alle proprie caratteristiche maschili per fronteggiare situazioni in cui potrebbero risultare soccombenti se dovessero fare ricorso solo ai propri caratteri femminili?
E ancora. Perché non dovremmo pensare che gli immigrati sono portatori di notevoli ricchezze legate ad una diversa visione della vita e ad una cultura diversa? Smettiamola di stabilire confini ed erigere muri per difendere il nostro quieto vivere ma piuttosto avviciniamoci alle frontiere della nostra società, intendendole come spazi di incontro dell’altro, nel reciproco rispetto delle proprie diversità.

La vita è cambiamento! Accettiamo la sfida di vivere una vita diversa da come l’avevamo pensata.

Lo so che è estremamente più semplice e meno faticoso replicare nella propria vita degli schemi mentali che qualche volta nel passato si sono rilevati efficaci. Si tratta di avere il coraggio di provare a guardare le vita da punti di vista diversi e lasciare che la nostra borsa degli attrezzi si arricchisca di nuovi strumenti e di accettare l’idea che non si deve essere perfetti per incominciare a vivere. Ricordate: “l’ottimo è il nemico del bene”!

Ognuno ha un bagaglio di potenzialità che ha il dovere di coltivare ma anche il diritto di pretendere che sia rispettato.

Ritengo a tal proposito che sia fondamentale cercare nel corso della propria vita qualcuno che possa svolgere il ruolo di guida che ti aiuti a sviluppare il potenziale che è in te. Siddhartha sarebbe diventato il santo e l’illuminato se non avesse incontrato nel proprio cammino l’umile barcaiolo Vasudeva?
Chi è la guida? E’ colui che si affianca nel tuo cammino senza importi una meta, che ti ascolta senza suggerirti cosa dire, che ti osserva senza giudicarti, che ti aiuta a portare le tue croci senza mai farti pesare le sue. E’ colui che sa aspettare e attraverso il suo esempio impari a tollerare che le domande non trovino risposte. E’ colui che sa lasciarti andare per i sentieri della tua vita e a vivere il distacco senza sofferenza.
Sebbene siano rari non è impossibile trovare la propria guida, soprattutto se spendiamo parte del nostro tempo a cercarla con impegno. Io spero di esserlo per i miei figli e per le persone a me più vicine.

Concludo queste mie riflessioni con questo brano tratto da “Siddhartha” di Hermann Hesse (Adelphi Edizioni, 1994). Buona lettura.

Poi verso l’ora del tramonto si misero a sedere su un tronco d’albero lungo la riva, e Siddharta raccontò al barcaiolo donde venisse e quale fosse stata la sua vita, così come oggi, in quell’ora di disperazione, l’aveva vista riemergere davanti ai propri occhi. Fino a tarda notte durò il suo racconto. Vasudeva ascoltò con grande attenzione. (….)
Tra le virtù del barcaiolo questa era una delle più grandi: sapeva ascoltare come pochi. Senza ch’egli avesse detto una parola, Siddharta parlando sentiva come Vasudeva accogliesse in sé le sue parole, tranquillo, aperto, tutto in attesa, e non ne perdesse una, non ne aspettasse una con impazienza, non vi annettesse né lode né biasimo: semplicemente, ascoltava. Siddharta sentì quale fortuna sia imbattersi in un simile ascoltatore, affondare la propria vita nel suo cuore, i propri affanni, la propria ansia di sapere. (….)
Ma quando Siddharta tacque e dopo che ci fu stato un lungo silenzio, allora parlò Vasudeva: « È così come pensavo. Il fiume ti ha parlato. Anche a te è amico, anche a te parla. Questo è bene, molto bene. Resta con me, Siddharta, amico. Una volta avevo una moglie, vicino al mio c’era il suo pagliericcio: ora son tanti anni ch’è morta, tanti anni che vivo solo. Ora vivi tu con me, posto e cibo per due ce n’è ».
« Ti ringrazio, » disse Siddharta « ti ringrazio e accetto. E ti ringrazio anche d’avermi ascoltato così bene! Sono rari gli uomini che sanno ascoltare, e non ne ho mai incontrato uno che fosse così bravo come sei tu. Anche in questo avrò da imparare da te ».
« Imparerai anche questo » disse Vasudeva « ma non da me. Ad ascoltare mi ha insegnato il fiume, e anche tu imparerai da lui. Lui sa tutto, il fiume, tutto si può imparare da lui. Vedi, anche questo tu l’hai già imparato dall’acqua, che è bene discendere, tendere verso il basso, cercare il profondo. Il ricco e splendido Siddharta diventa un garzone al remo, il dotto Brahmino Siddharta si fa barcaiolo: anche questo te l’ha detto il fiume. E anche il resto lo imparerai da lui ».
Siddharta parlò, dopo una lunga pausa: « Che altro, Vasudeva? ».
Vasudeva si alzò. « Si è fatto tardi » disse « andiamo a dormire. Non posso dirti che cosa sia ” il resto”, amico. Lo imparerai, fors’anche lo sai già. Vedi, io non sono un sapiente, non so parlare, non so nemmeno pensare. So soltanto ascoltare ed essere pio, altro non ho imparato mai. Se potessi dirtelo e insegnartelo, forse sarei un sapiente, ma invece non sono che un barcaiolo, e il mio compito è di portare gli uomini al di là di questo fiume. Molti ne ho traghettati, migliaia, e per tutti costoro il mio fiume non è stato altro che un ostacolo sul loro cammino. Viaggiavano per denaro e per affari, per nozze, per pellegrinaggi, e il fiume sbarrava loro il cammino, ed ecco, qua c’era il barcaiolo che presto li portava oltre l’ostacolo. Ma fra quelle migliaia alcuni pochi, quattro o cinque, non più, per i quali il fiume aveva cessato d’esser un ostacolo, ne hanno sentito la voce, l’hanno ascoltato, e il fiume è diventato loro sacro, come per me. E ora andiamo a riposare, Siddharta ».