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(Joan Mirò – Senza Titolo – Olio e acrilico su tela)

Da tempo mi sto interrogando su quale sia il mio rapporto con l’arte.

Sono un ingegnere, non un’artista. Dovrei forse accontentarmi di ammirare le opere degli artisti? Trarre conforto dalla vista delle loro creazioni? Sforzarmi di penetrare il loro mondo, i loro pensieri, le loro emozioni? Anche, ma non solo!
Io non mi accontento di assumere un ruolo passivo di fronte all’arte. Se l’arte è l’espressione sublime delle emozioni dell’uomo, ciò che rende visibile l’invisibile, tanto per citare Franco Fontana, per quale motivo io dovrei privarmi della possibilità di utilizzare l’arte per esprimere le mie di emozioni?
Ovviamente questo non fa di me un’artista come il fatto di dilettarmi di fotografia non fa di me un fotografo. Mi impegno e cerco di fare del mio meglio, con le conoscenze e gli strumenti anche culturali di cui dispongo, per esprimere le mie emozioni con delle opere originali che sono frutto della mia inventiva.

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(Vassily Kandinsky – Geld-Rot-Blau, 1925, Olio su tela)

Guardo le opere che i grandi artisti hanno realizzato per avere la consapevolezza di quali vette eccelse possono essere raggiunte dall’animo umano. Ma io non intendo sprecare la mia vita nel vano tentativo di ripercorrerne le tracce; cerco piuttosto di trarre da loro forza ed ispirazione per percorrere il mio cammino.

Sono infatti convinto che il valore di ciò che sono in grado di fare sta nel fatto che sono io a realizzarlo con le mie forze, nel modo unico e irripetibile che mi è proprio. Cito a tal proposito quanto afferma il filosofo Martin Buber nel suo prezioso saggio “Il cammino dell’uomo“:

Ogni singolo uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Perché, in verità, che questo non accada è ciò che ritarda la venuta del Messia”. Ciascuno è tenuto a sviluppare e dar corpo proprio a questa unicità e irripetibilità, non invece a rifare ancora una volta ciò che un altro – fosse pure la persona più grande – ha già realizzato. (…) Siamo qui in presenza di un insegnamento che si basa sul fatto che gli uomini sono ineguali per natura e che pertanto non bisogna cercare di renderli uguali. Tutti gli uomini hanno accesso a Dio, ma ciascuno ha un accesso diverso. E infatti la diversità degli uomini, la differenziazione delle loro qualità e delle loro tendenze che costituisce la grande risorsa del genere umano. L’universalità di Dio consiste nella molteplicità infinita dei cammini che conducono a lui, ciascuno dei quali è riservato a un uomo.

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(Jackson Pollock – Number 27, 1950, Olio, smalto e pittura di alluminio su tela)

E’ con questo spirito che da un paio d’anni ho iniziato a scrivere dei componimenti poetici. Non penso certo di essere un poeta ma cerco, con le capacità che ho, di fermare, di serbare il ricordo delle emozioni e dei pensieri che si agitano in me. Ognuno di loro è un piccolo pezzo della mia anima.

C’è una poesia di Alda Merini che meglio di mille parole interpreta ciò che io provo nel mio modesto poetare:

Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole
di parole scelte sapientemente
di fiori detti pensieri
di rose dette presenze
di sogni che abitino gli alberi
di canzoni che facciano danzare le statue
di stelle che mormorino
all’orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia
la pesantezza delle parole
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Se siete interessati a leggere qualche mio componimento, vi rimando alla pagina di questo sito che raccoglie in ordine cronologico le poesie che ho composto e che per l’appunto si intitola POESIE.

Sia chiaro: non vi è alcun autocompiacimento in questa mia iniziativa. Non pubblico i miei componimenti perchè ritenga di essere un poeta, come non pubblico le mie fotografie perchè ritenga di essere un fotografo. Lo faccio piuttosto nella convinzione che il confronto con il prossimo sia importante per la mia crescita personale. Insomma se uno se la canta e se la suona, è sempre bravo e non ha stimoli per crescere. Se invece si cerca serenamente il confronto con gli altri, si può avere l’opportunità di ricevere dei feedback che possono aiutare a crescere.

Sono consapevole che pochi hanno voglia di ascoltare e di mettersi in gioco. Ma proprio perchè sono rari e preziosi, quelli che sono disponibili a dedicarmi del tempo sono molto importanti per me. Le idee migliori mi sono venute confrontandomi con loro e non chiudendomi nel mesto isolamento di chi si piange addosso perchè gli altri non lo comprendono.

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Ho il cuore gonfio di tristezza per i caduti dei recenti folli attentati terroristici che a Parigi, a Beirut ed in molte altre parti del mondo mietono vittime innocenti sull’altare di un totalitarismo folle ed ideologico che vuole uccidere la libertà e non ha alcun rispetto ne per l’uomo ne per Dio.
Provo sdegno e non voglio abbassare la testa!

Lontano dalle mille inutili polemiche di queste ore, vorrei condividere una bella e famosa poesia con chi ha la gentilezza di leggermi.
E’ un regalo molto gradito che ho ricevuto per il mio odierno compleanno.

Vi racconto dunque la storia del poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903).
William, figlio di un libraio, era il maggiore di 6 fratelli ed all’età di 12 anni si ammalò gravemente di tubercolosi che lo colpì alle ossa. A seguito di ciò e per permettergli di vivere, all’età di 20 anni subì l’amputazione della parte inferiore della gamba sinistra.
William, dotato di una grande forza d’animo, non si scoraggiò mai ed affrontò la malattia che non gli dava tregua; studiò ed intrapprese poi la carriera di giornalista.
L’amico e scrittore scozzese R.L. Stevenson si ispirò alla sua figura per il personaggio del pirata Long John Silver ne L’isola del tesoro.

Nel 1875, mentre si trovava nel suo letto d’ospedale, William scrisse la sua poesia più celebre, Invictus.

(EN)

Out of the night that covers me,
Black as the pit from pole to pole,
I thank whatever gods may be
For my unconquerable soul.

In the fell clutch of circumstance
I have not winced nor cried aloud.
Under the bludgeonings of chance
My head is bloody, but unbowed.

Beyond this place of wrath and tears
Looms but the Horror of the shade,
And yet the menace of the years
Finds and shall find me unafraid.

It matters not how strait the gate,
How charged with punishments the scroll,
I am the master of my fate:
I am the captain of my soul.

(IT)

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Questa bellissima poesia fu di conforto per Nelson Madela negli anni della sua lunga prigionia nelle carceri sudafricane durante il regime dell’apartheid.
C’è una bellissima sequenza del film Invictus del 2009, diretto da Clint Eastwood ed interpretato da Morgan Freedman e Matt Damon, in cui la poesia viene recitata in modo magistrale. La potete trovare a questo link https://youtu.be/O0xQmUOCf9Y.

Questi giganti dell’umanità sono per me fonte d’ispirazione ed il loro esempio mi aiuta ad affrontare le fatiche di ogni giorno ed è di sprone per proseguire indomito il mio cammino, ovunque esso mi conduca.

Con questo spirito dedico a tutte le persone che mi vogliono bene e mi sono state e mi sono vicine un mio piccolo componimento dal titolo La collina.

Credevo di aver scalato una montagna,
invece, mi sono ritrovato su una collina.

Arrivare fin qui mi è costato tempo e fatica.
Ripido ed accidentato è stato il sentiero,
non ritto il mio incerto incedere.

Sulla sommità ho cercato ristoro.
Mi guardo intorno spaesato.
Solo altre colline mi circondano!

Ma, si riaccende la speranza,
scorgo in lontananza alte vette!
Là vorrei andare!

Suvvia dunque, alzati,
raccogli le tue cose.
Non indugiare!

E’ ora di riprendere il cammino.

Nell’ultimo tratto del mio viaggio,
la luce del meriggio autunnale,
calda e ricca di sfumature,
mi accompagnerà alla meta,
qualunque essa sia.

L’inverno si avvicina,
ma non lo temo.
Troverò un rifugio che mi accolga.

Mi guardo allo specchio. Ciò che vedo non corrisponde alla immagine mentale che ho di me stesso.

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Gli anni sono passati e me ne restano da vivere meno di quanti ne abbia già vissuti. È un dato di fatto e non me ne rammarico.

Strana la vita; quando sei giovane pensi di avere a disposizione tutto il tempo che vuoi e non ti preoccupi del suo inesorabile scorrere. Poi improvvisamente ti rendi conto di essere invecchiato più di quanto pensassi.
I tuoi anni sono con te; si riflettono nella tua immagine e nel tuo corpo che mostra i segni del tempo.
I cambiamenti sono stati lenti ma inesorabili. Puoi accettarli o rifiutarli. Ma la sostanza non cambia.

Mi guardo allo specchio e penso.
Sei felice?
Ti senti realizzato?
I tuoi sogni da ragazzo sono diventati realtà o sono rimasti sogni?

Queste sono domande difficili che ti obbligano a guardarti senza veli e ad essere sincero con te stesso. Nella ricerca di una risposta ti rendi conto che non ha importanza quello che hai fatto ma che uomo sei diventato. Essere per fare e non fare per essere!

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Una cosa è certa; vorrei essere migliore di come sono. Da molti punti di vista. Ma sono come sono e nonostante tutti i miei sforzi sono consapevole di essere ben distante dall’ideale a cui aspiro. Tuttavia non mi rassegno e quindi cerco ogni giorno di fare il mio passo avanti, piccolo o grande a seconda delle circostanze che mi capita di affrontare. Nulla di speciale; è esperienza comune.
Quando si affronta questo esame della propria vita, dunque, credo sia importante avere la consapevolezza che non si è perfetti e che ciascuno di noi ha avuto successi più o meno grandi ed ha commesso una quantità più o meno grande di errori. Avere una giusta dose di autostima e di affetto per se stessi aiuta a non essere inutilmente severi. Questa serena consapevolezza di se aiuta poi ad essere accoglienti con gli altri, perché si è accettato ciò che si è, con pregi e difetti, miserie e nobiltà. Non scaricare sugli altri le proprie frustrazioni aiuta ad avere un rapporto più sereno con il mondo.
C’è un passo a me molto caro in cui Siddharta afferma:

Ho appreso nell’anima e nel corpo, che avevo molto bisogno del peccato, avevo bisogno della voluttà, dell’ambizione, della vanità, e avevo bisogno della più ignominiosa disperazione, per imparare la rinuncia a resistere, per imparare ad amare il mondo, per smettere di confrontarlo con un certo mondo immaginato, desiderato da me, con una specie di perfezione da me escogitata, ma per lasciarlo, invece, così com’è, e amarlo e appartenergli con gioia”.

Sono convinto che sapersi accettare per quello che si è sia la condizione per poter accettare gli altri senza pretendere di volerli cambiare a nostro piacimento.

Sono arrivato a questa consapevolezza come risultato di un lungo percorso interiore. Altri migliori di me sviluppano queste caratteristiche prima ed in modo più naturale. Beati loro! A me è toccato in sorte di far fatica.

In gioventù ho vissuto la mia vita come se percorressi una strada sicura, tracciata da altri e con tappe prestabilite. Non esistevano scorciatoie, dovevo arrivare alla meta e nessuno si preoccupava di chiedermi dove volessi andare. Sia ben inteso, le intenzioni erano le migliori: permettermi di costruirmi un futuro. E ciò al prezzo di notevoli sacrifici. In un epoca di grandi rivolgimenti sociali e culturali, io ero fortemente concentrato al raggiungimento di quella meta che rappresentava il riscatto sociale di una famiglia.
Arrivato alla meta e all’età adulta ho fatto quanto ci si aspettava che facessi, senza mai sgarrare, convinto che non ci fossero alternative. Nessuno mi costringeva, nessuno esercitava su di me alcuna pressione. Ero io che non riuscivo ad immaginare che potessero esistere strade alternative. Volere è potere, mi dicevo. Ho sempre creduto di poter compensare le mie debolezze con la forza di volontà. E diligentemente facevo la mia parte. Volevo essere bravo ed affidabile, il migliore. La perfezione era per me la chiave per poter essere accettato dagli altri. Con buona volontà ho affrontato le prove che la vita mi proponeva, ho cercato di rialzarmi ogni volta che sono caduto, ho cercato di non fare tragedie nei momenti in cui tutto sembrava andare per il peggio.

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Ricordo la sequenza di un film che vidi allora e che mi rimase impressa, anche se ora non ricordo quale fosse il titolo. Il protagonista faceva un sogno ricorrente; era giovane e si trovava ad un incrocio con molte alternative e molto affollato, con gente che andava numerosa in tutte le direzioni. Non sapendo quale strada scegliere, ne imboccò una quasi a caso. Proseguì il suo cammino e ogni tanto incontrava altri incroci che mano a mano che avanzava avevano sempre meno alternative ed erano sempre meno affollati. Fino a quando ad un certo punto si trovò ormai vecchio ad un incrocio dove era solo e le sue possibilità di scelta era oramai ridotte al minimo. Credo sia una bella metafora della vita.

Più andavo avanti sulla mia strada, più vedevo ridursi le possibilità di cambiare il sentiero che avevo imboccato; il carico che portavo sulle spalle lo sentivo diventare ogni giorno più pesante. Il cammino diventava sempre più faticoso ed il fiato si faceva più corto, spaventato dall’idea di non poter sfuggire al mio destino e di non riuscire a mantenere il passo; avevo uno smodato bisogno di attenzione e di consenso ed al contempo temevo che gli altri scoprissero le mie fragilità e mi mettessero all’indice. La paura di non farcela e di essere rifiutato mi rendeva molto fragile e per difendermi rinforzavo le mura di quel castello mentale che mi aiutava a proteggermi dagli altri e che gradualmente diventava la prigione in cui inconsapevolmente mi rinchiudevo.

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L’angoscia di non farcela a reggere tutto questo carico cresceva ogni giorno di più ed inevitabilmente sfociò in una profonda depressione quando le responsabilità che mi erano state attribuite mi impedivano di avere rifugi in cui nascondermi. Ero diventato il primo della fila e ci si aspettava che io dirigessi il cammino degli altri. Non ero più in grado di reggere le aspettative che io stesso nel tempo avevo contribuito a costruire su di me e quel che è peggio, non vedevo vie di uscita se non la fuga terrorizzato verso un altrove non meglio definito.

Ricordo quei momenti; un angoscia senza fine. Ogni mattina quando mi mettevo in moto per affrontare la mia giornata vomitavo l’anima nella speranza di far uscire da me quel veleno che ammorbava la mia vita. Apparentemente la mia vita era normale: lavoravo, gestivo le mie responsabilità, accudivo la mia famiglia. Oh ma dentro, dentro di me erano solo rovine e devastazioni.

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Non sapevo più da che parte prendere la mia vita e non riuscivo nemmeno a comunicare tutto il dolore che c’era dentro di me alle persone che mi erano vicine. Ed esse, non per insensibilità, ma per la mia incapacità anche solo di sussurrare tutto il male che covava in me, non vedevano ne capivano l’abisso in cui ero caduto. E se lo avevano intuito, non erano in grado di aiutarmi in modo efficace.

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Una cosa sola mi ha salvato da quell’abisso: la forza di chiedere aiuto a chi era in grado di darmelo prima che fosse troppo tardi. Puro istinto di sopravvivenza. Mi rivolsi ad un psicoanalista che mi prese in cura: entrai in analisi. Era il 14 giugno 2008.

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Subito dopo essere entrato in analisi, come un naufrago che si aggrappa al legno che lo tiene a galla, sentii le forze venir meno e mi assalse la paura di non riuscire più a reggermi; fui vittima di un devastante attacco di panico. La mattina di giovedì 19 giugno non riuscivo ad alzarmi dal letto stremato dalla fatica. Non avevo avvisaglie di quell’uragano che di lì a poco mi avrebbe investito. Chiamai al telefono un mio caro collega per chiedergli di avvisare che quella mattina proprio no, non ce la facevo ad alzarmi e ad affrontare il mio carico di angosce. Ricordo che ero disteso a letto e stavo parlando; le mie difese si stavano abbassando ed in quello stato quasi indifeso fui improvvisamente investito da un onda di puro panico e persi completamente il controllo del mio fisico. Respiravo con molta fatica, un sudore freddo mi pervase ed un tremore incontrollabile mi scosse mentre l’iperventilazione mi provocò una temporanea paresi facciale e a stento riuscivo a pronunciare biascicando parole incomprensibili. “Sto morendo; forse sto impazzendo. E’ giunta la mia ora dunque?” Questo è quanto pensavo in preda all’angoscia più nera. Mi ero immerso nel mare oscuro della follia.

Sopravvissi e per circa un mese ebbi attacchi di panico, più leggeri ma altrettanto devastanti, due volte al giorno. Poi come erano venuti se ne andarono. Mi lasciarono stremato ma consapevole di aver toccato il fondo. Da quel momento non potevo che rialzarmi. E così fu.

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Dal 2008 ho fatto tre sedute d’analisi alla settimana, scavando e dissodando ogni più piccolo anfratto del mio animo. Con un lavoro molto impegnativo ed un notevole investimento su me stesso ho raggiunto una buona consapevolezza di come funziona la mia mente ed ho sperimentato nella mia vita la verità di questo antico proverbio indù:

Nulla è cambiato
Solo io sono cambiato
Pertanto,
tutto è cambiato

Sulla mia pelle e nella mia vita ho avuto modo di sperimentare che non esistono scorciatoie. Le vie del dolore vanno percorse fino in fondo e se si ha la fortuna di sopravvivere, si rinasce un altra volta e si è esseri umani diversi e credo migliori.

Come riflettevo nel mio post sulla depressione, ci sono molti pregiudizi e molta reticenza intorno a queste malattie che interessano la psiche. Da ciò che leggo, sembra che le condizioni di vita tipiche della società moderna favoriscano l’insorgere di disturbi psichici più o meno gravi in molti soggetti ma solo pochi si affidano ad uno specialista per curarsi. Se uno si rompe una gamba mai si sognerebbe di curarsi da solo o penserebbe di potersi affidare alle cure di amici e parenti. Invece per i disturbi psichici molti sono convinti di poter far da se o che basti l’aiuto dei propri cari. E come se un nuotatore inesperto cercasse di salvare una persona che annaspa nell’acqua; sono alte le probabilità che entrambi affoghino.
Nell’interessante articolo dell’Huffington Post che potete leggere all’indirizzo http://www.huffingtonpost.it/2015/08/13/segnali-bisogno-analista-_n_7981892.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001 si afferma tra le altre cose: “Gli psicologi attribuiscono il basso tasso di persone in cura allo stigma e a tante leggende metropolitane connesse alla figura dell’analista. Fra queste il timore che solo i “matti” abbiano bisogno della psicoterapia, che il fatto di accettare quell’aiuto rappresenti un segno di debolezza, o che le cure finiscano per consumare parecchio tempo e denaro.“. Si aggiunge poi: “E aldilà di tutta quell’inutile sofferenza, rifiutando l’aiuto dei professionisti chi sta male potrebbe finire addirittura col peggiorare la propria situazione.“. Ed infine: “Le malattie mentali vengono ancora ingiustificatamente stigmatizzate, ma qui non stiamo neanche parlando di malattia mentale… Stiamo solo parlando della vita, e di quanto essa possa risultare difficile. I benefici della psicoterapia [possono esser visti] più al pari degli esercizi anti-stress, o di un’alimentazione sana — cioè soltanto delle strategie che aiutano a facilitare la propria vita, e contribuiscono a rimuovere le cause dello stress”.

La mia esperienza mi porta a dire che l’aiuto di uno specialista è stato sicuramente determinante per curare i miei disturbi psichici. E’ stata dura, molto dura ma ce l’ho fatta! Sono guarito.

Un altro aspetto con il quale mi sono ritrovato a combattere durante la mia malattia è il senso di colpa. L’analisi mi ha aiutato a comprendere che non avevo colpe. La mia malattia non è stata la punizione per i miei peccati. Dio è molto più misericordioso di chi lo invoca quotidianamente avendo dimenticato il perché!

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Invero nei momenti più bui la Croce di Cristo ha rappresentato l’unico punto fermo della mia vita. Ad essa mi sono aggrappato per non scivolare nel nulla. Associo Dio al silenzio. E nel profondo del mio essere c’è silenzio, un silenzio che non è assenza ma vera presenza. Con il dolore ho imparato ad ascoltare questo silenzio e a discernere ciò che lo esalta e ciò che lo offende. Il dolore è un esperienza che non puoi condividere con altri. Puoi ricevere conforto e aiuto ma sei solo, solo con te stesso. Ed in questa solitudine, priva di una reale consolazione, si può trovare Dio. E qualche angelo. Grazie a loro e a tanta fatica ed impegno, pian piano la tempesta è passata.

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Qualcuno, magari in buona fede, potrebbe pensare che quanto ho vissuto mi abbia reso meno affidabile e più fragile. Sono convinto che si tratti di un errato pregiudizio; il significativo lavoro che ho fatto su di me e la consapevolezza che ho raggiunto mi aiutano a farmi meno condizionare dalle mie debolezze e ad affrontare la vita con maggior coraggio e determinazione. L’energia che prima spendevo per restare faticosamente a galla ora la posso utilizzare in modo molto più proficuo ed efficace per vivere la mia vita.

L’esperienza che ho vissuto, invero, è stata un vero e proprio spartiacque che nella mia vita definisce un prima ed un dopo. Nel mio dopo che sto sperimentando mi sono spinto ad esplorare sentieri sconosciuti, senza una meta precisa. Ciò mi ha permesso di fare esperienze molto belle e significative. Ho imparato ad ascoltarmi e ad ascoltare ed a percepire che il mondo è ben più ampio di come lo avevo sempre immaginato. Infinite sfumature da assaporare con piacere.

Ho pagato un prezzo elevato per arrivare fin qui ma sono convinto di aver speso bene le risorse che avevo a disposizione. Perciò sono grato alla vita anche se la mia è una gratitudine melanconica che deriva dalla sensazione di aver vissuto la vita di qualcun altro e dal rammarico di essermene reso conto troppo tardi. Ho un grande bisogno, un desiderio direi, di riappacificarmi con la mia vita, i miei errori ed i miei timidi, troppo timidi tentativi di essere me stesso. La paura di fallire mi ha indotto a dire di si quando avrei dovuto dire di no e a dire di no quando avrei dovuto dire di si.

Non vorrei dare un impressione sbagliata; i miei difetti, le mie fragilità, le mie paure ci sono ancora tutte ma grazie alla psicoanalisi, che non è una sorta di potente anestetico ne modifica la natura delle persone che si sottopongono, il contenitore delle mie emozioni si è allargato ed irrobustito e quindi, quando la tempesta si avvicina, è più difficile che trabocchi o che causi danni irreparabili.

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Non sempre riesco ad essere positivo e sereno. Soprattutto quando mi sento solo. E questo ahimè è una sensazione che spesso mi accompagna. Ho sete di incontri e fame di racconti. Per capire, attraverso gli altri, me stesso e nell’intimo trovare quella forza che mi induca a ritenere che ho ancora qualche carta da giocare nella mia partita con la vita. Forse non saranno le mani migliori ma certamente quelle più sincere e vere.

Questo racconto di una piccola parte della mia vita vuole avere il significato di una testimonianza. Metto la mia esperienza più intima a disposizione di chi ha la sensibilità e la delicatezza per coglierla. E se tra questi c’è qualcuno che è in mezzo al guado, vorrei che si convincesse che c’è una via d’uscita, che è difficile trovarla da soli e quindi bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto e di lasciarsi andare una volta che si è trovato qualcuno che è in grado di reggere il nostro travaglio interiore e di farci partorire con dolore e fatica quell’uomo nuovo che è dentro di noi.

Quindi non abbiate paura a mettervi nudi davanti ad uno specchio e chiedervi: chi sono? Le risposte che faticosamente troverete vi aiuteranno ad essere migliori perché più consapevoli di voi e della meraviglia della vita che ogni giorno ci sfida ad essere “vivi”.

Concludo le mie riflessioni con una bellissima poesia del poeta J. Rumi, un mistico persiano del XIII secolo, che spero possa illuminarvi.

GUEST HOUSE

This being human is a guest house
Every morning a new arrival.
A joy, a depression, a meanness,
some momentary awareness comes
as an unexpected visitor.
Welcome and entertain them all!
Even if they are a crowd of sorrows,
who violently sweep your house
empty of its furniture,
still treat each guest honorably.
He may be clearing you out for some new delight.
The dark thought, the shame, the malice,
meet them at the door laughing,
and invite them in.
Be grateful for whoever comes,
because each has been sent
as a guide from beyond.

(libera traduzione

LA LOCANDA

L’ essere umano è come una locanda
ogni mattina un nuovo arrivo.
Una gioia, una depressione, una meschinità.
come visitatori inaspettati
arrivano istanti di consapevolezza
Dai loro il benvenuto ed intrattienili tutti!
Anche se sono una moltitudine di sofferenze,
che violentemente si abbatte sulla tua casa
vuotandola di tutti i suoi arredi,
ciononostante, tratta ogni ospite con rispetto.
Potrebbe essere lì per fare spazio a nuove gioie.
I pensieri oscuri, la vergogna, la malevolenza,
vai loro incontro sulla soglia ridendo,
e invitali ad entrare.
Sii riconoscente con chiunque si presenti,
perché ciascuno è stato mandato
come una guida dall’alto.)

Tutto ha inizio con questa immagine

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che ai lettori più attenti richiamerà alla memoria le immagini, certamente più prestigiose, di Hiroshi Sugimoto. Mi riferisco in particolare alla serie Seascapes.

Nonostante questi illustri richiami, devo dire che sono arrivato alla mia immagine seguendo percorsi totalmente indipendenti. Queste le mie riflessioni.

Un pomeriggio d’autunno passeggiavo sul lungolago e volgendo lo sguardo verso nord, ho avuto la vista che vi ripropongo nella mia fotografia.
Era una di quelle giornate, come ce ne sono tante in autunno, in cui tutto sembra sospeso ed immobile.
Il lago visto dal lungolago di Desenzano sembra proprio immenso e in quella giornata questa sensazione di immensità era amplificata dalla foschia che impediva di cogliere le sponde più lontane.
Il mio sguardo si muoveva lentamente in quello che sembrava proprio uno spazio infinito ma non uniforme. C’era un elemento di discontinuità su cui il mio pensiero si concentrava: l’orizzonte. L’orizzonte tra un cielo uniformemente infinito ed il lago completamente calmo ed altrettanto, all’apparenza, infinito.

Questo stato di sospensione tra i due elementi, acqua ed aria, mi hanno ispirato le parole che condivido con voi.

L’ORIZZONTE

Lascio che le domande non trovino risposta.
Che nei miei pensieri
io sia libero di vagare senza meta.
Felice di galleggiare in un oblio senza tempo,
in cui la bellezza scorre senza tregua,
fino a sfinirmi.
Lascio che la vita scorra
e che i miei occhi si riempiano di meraviglia
per la vita che scorre.

Maurizio Andreola, 19/11/2013

In questa foto non c’è nulla. Solo la linea di discontinuità tra l’acqua e l’aria, l’orizzonte.

Questa situazione mi ispira un senso di solitudine che tuttavia non evoca pensieri negativi, anzi.
Il vuoto, la solitudine, il silenzio sono spazi interiori che permettono di cogliere ciò che non è apparente.

Ho un grande desiderio di tornare ad immergermi ma non nelle acque di un mare o di un lago; bensì nelle profondità del mio spirito. Credo che laggiù dove tutto è silenzio e quiete, io troverò il mio Dio. Quel Dio che a lungo ho cercato e solo a tratti ho trovato, quando attraverso un esperienza dolorosa mi veniva naturale immergermi e cercare rifugio nell’intimo di me stesso.

Queste riflessioni richiamano alla mia memoria le parole di Gabriele Basilico nel libro “Lezioni di Fotografia: Abitare le metropoli”, ed. Contrasto (2013) a me particolarmente care:

Basilico

Che queste riflessioni siano propizie alla vostra meditazione.

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IL SILENZIO

Mi vesto di silenzio
Copro le mie ferite

Il mio corpo trema
strapazzato dai venti della vita

Alla ricerca di un cuore accogliente
che sappia perdonare

Maurizio Andreola, 31 maggio 2014