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Dalla fine di Luglio è in edicola il numero 285 de IL FOTOGRAFO, edizione Agosto-Settembre 2016.

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Perché menziono la prestigiosa rivista italiana di fotografia diretta da Denis Curti, fondatore di STILL e direttore di artistico della Casa dei TRE OCI di Venezia?

Il motivo è tutto personale.

A pagina 82, nella rubrica Miniportfolio curata dall’editor Michela Frontino, viene presentato un mio lavoro dal titolo “Autobiografia”.

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Per comodità di lettura del testo riporto anche le due pagine separate.

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Ho avuto l’occasione di incontrare Michela per la prima volta il 24 ottobre 2015 a Milano durante l’iniziativa di Portfolio Review organizzata da SPREA, l’editore della rivista IL FOTOGRAFO. Avevo proposto alla sua analisi un portfolio di una decina di immagini scelte da una serie di fotografie che avevo selezionato in circa 2 anni di scatti. Era la mia prima esperienza di lettura di un portfolio fotografico e rimasi colpito da come Michela era riuscita in poco tempo, 20 minuti, a mettersi in sintonia con il mio lavoro, rielaborando la sequenza che le avevo proposto e proponendomi una chiave di lettura differente da quella che avevo elaborato io. Mi fa molto piacere quando qualcuno guarda le mie immagini e non mi chiede cosa volevo dire ma condivide con me quello che le mie immagini suggeriscono in termini di emozioni e pensieri.

I contatti con Michela sono proseguiti dopo questo nostro primo contatto ed ho condiviso con lei l’intero lavoro fotografico da cui quelle immagini era state scelte. Mi ha proposto la pubblicazione sulla rivista e io ne sono stato ben lieto per l’opportunità che mi è stata offerta di dare visibilità al mio lavoro. Ho molti motivi di soddisfazione personale legati a questa pubblicazione; tuttavia mi ritengo particolarmente fortunato perché ho avuto l’occasione di conoscere una persona gentile, educata e piena di entusiasmo per il suo lavoro come Michela Frontino, una giovane editor molto preparata e rigorosa, prodiga di consigli e suggerimenti.

Per quanto riguarda il lavoro presentato sulla rivista non ho molto da aggiungere a quanto è stato scritto nell’articolo preparato da Michela. Aggiungo solo che l’idea di indagare attraverso la fotografia le mie dimensioni personali del buio e della luce è nata a seguito di alcuni incontri personali che ho avuto negli anni 2014 e 2015 con Toni Thorimbert, il quale mi ha incoraggiato ad esplorare un uso della fotografia non certo usuale per me.

A questo link potete trovare il mio lavoro fotografico nella sua interezza. Sarò particolarmente grato a chi vorrà condividere con me quello che tale lavoro gli/le suggerisce.

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Siamo alla fine dell’anno ed è tempo di bilanci. Non sfugge a questa regola anche l’originale iniziativa di Simone Spiritelli e Mattia Cussolotto che il 20 ed il 21 dicembre hanno nuovamente aperto la loro casa per accogliere i numerosi visitatori, molti dei quali possono ormai considerarsi degli habitué; è grazie al loro passaparola se l’evento di Pille sta avendo sempre più successo ed attenzione.

E’ stata anche l’occasione per salutare e ringraziare i numerosi artisti che hanno esposto nella open house, come si può apprezzare dal lungo elenco di nomi che caratterizza l’invito per l’evento di questo mese.

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Nelle immagini che seguono alcune delle opere esposte degli artisti che si sono succeduti nella casa.

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Gli artisti presenti questo mese sono quattro.

Le sorelle Annamaria e Mariangela Tondello di Romano d’Ezzelino (Vicenza) hanno esposto le loro preziose icone.

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Il friulano Gianni Osgnach, da tempo trasferitosi in terra mantovana, ha esposto i suoi oggetti di design ed i gioielli d’erba e corteccia, oggetti unici ed originali.

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L’ultimo artista in esposizione è il giovane Rocco Osgnach, figlio di Gianni, con le sue opere di grafica e disegno ove utilizza pigmenti come l’ossido di Zinco.

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La casa di Simone e Mattia è un caleidoscopio di emozioni stimolate dagli innumerevoli spunti visivi. Oltre agli oggetti d’arte non mancano le originali creazioni sartoriali per le signore.

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e gli immancabili gioielli creati dalla fantasia di Simone.

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Il prossimo appuntamento con la open house di Simone e Mattia a Pille di Monzambano (MN) è a giugno 2016.

Auguro a tutti i miei lettori un sereno 2016, ricordando a chi fosse interessato che è possibile ricevere una notifica per i nuovi articoli del mio blog lasciando il proprio indirizzo mail nell’apposita casella del menù.

 

Puntuale anche a Novembre è arrivato l’appuntamento con la open house di Simone Spiritelli e Mattia Cussolotto ed il loro evento E20 Pille 73.

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L’ambiente familiare favorisce l’instaurarsi di un clima disteso che permette agli ospiti di conoscere gli artisti che espongono e di scambiare con loro pensieri e riflessioni. Si instaura dunque un approccio all’arte più diretto e meno distaccato. A me tutto questo piace molto.

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La cucina è sicuramente l’ambiente dove più facilmente si socializza.

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Gli artisti che esponevano erano ben quattro: uno scultore, un pittore e fotografo, un artista del feltro e un orafo.

Il primo artista è lo scultore Nicola Biondani, un amico che ho conosciuto a Pille insieme alla sua compagna, la brava curatrice d’arte Elisabetta Pozzetti, fin dal primo evento a cui ho partecipato. Di lui scrive la critica d’arte Elena Alfonsi: “Biondani è artista della naturalezza priva dell’invenzione di situazioni insolite, con la certezza della centralità dell’uomo in autentiche testimonianze di vita quotidiana.”.

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Nelle immagini che seguono alcune delle opere di Biondani in esposizione.

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Il secondo artista è il poliedrico Davide Longfils, pittore, musicista e fotografo!

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Riflettendo sui dipinti di Longfils esposti a Pille, Elena Alfonsi afferma: “Se negli occhi di un pensatore c’è sempre un paesaggio libero, la natura è l’origine di ogni ispirazione, un apostolato di bellezza che combatte ogni tipo di violenza e soprattutto i grandi equivoci della massa.”.

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Ma Longfils oltre che pittore è anche fotografo e in stanza da letto sono esposte tre fotografie di grande formato che ho riprodotto nelle immagini che seguono.

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La terza artista in esposizione questo mese è l’amica Esther Weber che crea opere uniche combinando il feltro con la luce.

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Il quarto ed ultimo artista esposto è il maestro orafo padovano Fernando Betto con la sua Oficinad’Arte e le sue creazioni uniche.

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Per ultimo vorrei segnalare che oltre agli artisti esposti ogni mese, nella open house sono sempre presenti alcune creazioni sartoriali per donna con originali accessori

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e le importanti creazioni di gioielleria di Simone Spiritelli.

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Il prossimo evento è in programma il 20 dicembre.

Martedì scorso, il 20 ottobre, per la seconda volta ho partecipato all’evento E20 Pille 73.

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Atmosfera vivace, serata gradevole, ospiti piacevoli e la casa, ah la casa… così accogliente e calda… di quel calore che racconta l’armonia della profonda relazione che lega chi ci abita. Ci vuole coraggio e tanta passione per rinnovare ogni mese la propria abitazione per ospitare nuove opere d’arte e per aprire agli altri la dimora in cui normalmente si cerca rifugio e tranquillità. E Simone e Mattia ne hanno in abbondanza.

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Ho avuto il piacere di vedere che più di un’immagine del mio lavoro ospitato il mese scorso è entrata a far parte delle opere che arricchiscono la casa.

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Ma veniamo agli artisti che fino al 19 novembre verranno ospitati con le loro opere nella casa di Pille. Sono tre giovani artisti che condividono lo studio a Brescia in una sorta di “convivenza fuori dal matrimonio”.

Roberto Ciroli

Nella presentazione degli artisti in esposizione, la critica d’arte Elena Alfonsi ha scritto dell’opera di Roberto: “Vi dovreste avvicinare per comprendere di queste scenografie la magia, la solennità dei personaggi la cui verità non prescinde la sospensione perfettamente registrata, calibrata, senza tempo.”

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Guido Azzalin

Dell’opera di Guido, Elena Alfonsi commenta: “Linee asciutte e taglienti danno origine a corpi in dissonanza armonica che lontani dal ricordo di sublimi immagini, trasudano di voglia di ribellione e provocazione nella materia contorta che denuncia dolore, sofferenza, malinconia.”

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Francesco Levi

Su Francesco ancora Elena Alfonsi scrive: “è pittore della meraviglia. Il suo pensiero procede per immagini in comunicazione allo stato puro in cui convergono la cultura occidentale e la cultura orientale.”

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Al piano superiore, poi, le signore possono trovare una collezione di vestiti di sartoria con numerosi accessori.

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Nella camera dei ricordi, invece, oltre ad una selezione delle opere degli artisti che hanno esposto nei mesi precedenti, è possibile ammirare i gioielli creati da Simone.

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Possiamo infine contemplare una importante creazione di Simone indossata da una gentilissima signora che è anche l’Assessore alla Cultura del Comune di Peschiera del Garda.

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Simone e Mattia hanno la capacità di raccogliere intorno a se ed alla loro casa le energie artistiche che pervadono il territorio circostante. Lontano dai clamori delle rinomate piazze mondane, stanno costruendo con costanza e passione un punto di riferimento per gli artisti che selezionano in base al proprio gusto personale, offrendo uno spazio di esposizione forse inconsueto ma certamente più vero e vissuto di molte gallerie d’arte senz’anima ed in cui predomina lo spirito mercantile.

Per chi è interessato a conoscere questa realtà artistica, l’appuntamento è al prossimo evento il 20 Novembre.

Sabato 3 ottobre, in occasione della Notte Bianca della Cultura e dell’inaugurazione di Librixia15, la Fiera del Libro di Brescia, presso l’Auditorium San Barnaba di Brescia si è tenuto l’atteso incontro con Francesco Guccini, organizzato dal Comune di Brescia in collaborazione con il Festival del Vittoriale Tener-a-mente.

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In quest’epoca di Expo che ci ha abituato a sentire di code chilometriche, non sfigurava sicuramente il serpentone di persone in attesa che si snodava lungo Corso Magenta. Aperte le porte, l’Auditorium si è velocemente riempito e putroppo molta gente non è riuscita ad entrare per assistere all’evento.

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Le 2 ore circa dell’incontro sono trascorse in modo molto piacevole. Guccini è un affabulatore elegante e capace di catturare l’attenzione degli spettatori. Non si esibisce più come cantautore e la sua carriera come scrittore gli sta dando molte soddisfazioni.

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Un paio di aneddoti che Guccini racconta aiutano a capire la natura dell’uomo.

“Un giorno, passeggiando a Copacabana, vidi Gerry Mulligan, grande sassofonista jazz. Era stato uno dei miei idoli, da ragazzo. Secondo voi che cosa ho fatto? Sono andato a chiedergli un autografo e una foto? No. L’ho guardato bene – e sono andato via. Così ci si comporta.”

“Una nota casa discografica mi ha proposto un contratto economicamente interessante; però mi dovevo impegnare a produrre 5 nuovi album in 5 anni! Io non potevo impegnarmi a produrre un album all’anno!! Una canzone nasce spontaneamente, non è che ti puoi chiudere in una stanza per un mese per produrre un disco. Ho rifiutato”

Guccini è anche stato molto disponibile a chiacchierare con il publico che gli ha rivolto numerose domande.

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Ai numerosi giovani presente ha raccomandato di impegnarsi a fondo per emergere in una società molto difficile e a tutti ha caldamente suggerito di leggere, leggere e ancora leggere.

Non capita spesso di avvicinarsi a personaggi di questa levatura che hanno lasciato un segno del loro passaggio in questa vita. Quando capita, si torna a casa più ricchi nello spirito. Ed è proprio quello che mi è successo ieri sera.

Come annunciato nel mio precedente post, domenica scorsa ho partecipato all’evento E20 Pille 73.

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Inutile negare. Avevo molta curiosità ed anche delle aspettative per questo evento e non solo per il fatto che fossero esposte delle mie fotografie. Aspettative che non sono andate deluse e curiosità che sono state soddisfatte.

Innanzitutto la casa. Accogliente e curata, con un atmosfera informale. Mi sono sentito subito a mio agio.

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In cucina c’era una bella atmosfera per accogliere i visitatori con ottimi prodotti locali.

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Anche il bagno era un ambiente fuori dall’ordinario ed in cui l’arte troneggia.

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Gli artisti le cui opere venivano proposte insieme alle mie fotografie sono due giovani, un pittore ed uno scultore.

Il pittore è Marco Torosani dell’Accademia di Belle Arti di Brera che ha presentato alcuni suoi dipinti realizzati su plexiglass.

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Lo scultore è Marco Paghera che ha presentato alcune sue opere della serie “Introspezioni”.

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Le mie fotografie, scelte dal lavoro frammenti: anatomia di una depressione, sono state ospitate in camera da letto; per quanto riguarda la disposizione, ho particolarmente apprezzato l’attenzione posta nel rispettare la sequenza del racconto.

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L’inserimento nell’ambiente domestico, a mio avviso, ha valorizzato molto il mio lavoro.

Oltre alle opere esposte c’erano molte altre proposte di design, arredo, moda ed i bei gioielli di Simone Spiritelli, l’attentissimo conduttore di questa accogliente “open house”.

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I visitatori sono stati numerosi ma con un afflusso costante lungo tutta la serata, permettendo così una fruibilità ottimale degli ambienti della casa. Un pubblico colto ed interessato all’arte tra cui erano presenti numerosi addetti ai lavori. Questo mi ha permesso di fare buone conoscenze e di scambiare idee ed opinioni, nonché di condividere esperienze, cosa per me preziosa.

Mi è rimasto il desiderio di tornare in questa casa e di avere ancora queste belle opportunità in occasione delle prossime inaugurazioni che ci saranno il 20 di ogni mese fino a Dicembre. Sarà infatti l’occasione per consolidare le nuove conoscenze e per conoscere nuove proposte artistiche sicuramente molto interessanti.

Un sentito ringraziamento a Simone Spiritelli e Mattia Cussolotto che con coraggio e guidati dal loro amore per l’arte hanno aperto le porte della propria casa, coagulando così intorno a loro un vivace cenacolo artistico di cui mi onoro di far parte. Un grazie anche ad Elena Alfonsi che mi ha introdotto in questo bell’ambiente.

Domenica scorsa, nella magnifica cornice del Laghetto delle Danze, all’interno del complesso monumentale del Vittoriale, si è tenuto l’ultimo dei tre concerti della rassegna “Oltre” previsti dalla sapiente regia di Viola Costa, l’instancabile Direttrice Artistica del prestigioso Festival Tener-a-mente.

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Dopo il jazz rarefatto del duo islandese di Skúli Sverrisson e Óskar Guðjónsson (servizio fotografico),

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a cui è seguito il piano preparato del pianista tedesco Hauschka (servizio fotografico),

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è stata la volta dell’artista newyorkese naturalizzato brasiliano Arto Lindsay.

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Quest’ultimo concerto è stato un evento totalmente estraneo a qualunque mia precedente esperienza musicale. Ho vissuto qualcosa di completamente nuovo che nella sua originalità ed unicità mi ha profondamente colpito.
Non essendo un esperto di musica non mi permetto di fare valutazioni di merito ma più semplicemente desidero condividere i pensieri che questa esperienza da spettatore mi ha evocato. D’altro canto ritengo che l’arte moderna non abbia bisogno di interpreti ma richieda la disponibilità a mettersi in gioco, sia come autori che come spettatori. Ed in questo gioco ognuno può trasmettere e ricevere le emozioni di cui è capace, individuando un senso soggettivo che non può avere alcuna pretesa di diventare assoluto od oggettivo.

Non conoscendo Arto Lindsay mi ero preparato ascoltando il suo ultimo album “Encyclopedia of Arto”. Già mi ero reso conto di trovarmi di fronte ad un artista che produce una musica molto distante dalle mie usuali abitudini di ascolto. Ma come sempre, l’esperienza “dal vivo” è qualcosa di molto più completo e totalizzante dell’ascolto di una registrazione.

L’uomo non è più giovane ed ha l’aria di una persona mite e semplice. Porta con se una vecchia chitarra elettrica di color azzurro a 12 corde che sicuramente ha usato molto e che sembra quasi una sua naturale appendice.

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Con lo strumento produce una serie disordinata e destrutturata di rumori elettronici che per la maggior parte mi paiono sgradevoli ed ai quali si sovrappone in modo totalmente decorrelato un canto che sembra seguire un proprio spartito e che spesso è privo di armonia o melodia. Le sue canzoni iniziano e finiscono in modo secco ed inatteso cosicché ti lasciano in sospeso a chiederti cos’hai ascoltato.

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Se volete farvi un’idea di quanto vi sto raccontando, provate ad ascoltare la seguente registrazione dal vivo. E’ per molti versi simile all’esibizione alla quale ho avuto la fortuna di assistere.

Alla fine del concerto mi sono chiesto molto semplicemente che senso avesse tutto questo. Non già se il concerto mi fosse o meno piaciuto, giacché ritengo che le iperinflazionate categorie dei social network non si addicano a questo genere di performance artistiche, ma piuttosto cosa mi aveva lasciato questa originalissima esperienza di ascolto.

Innanzitutto mi ha colpito l’uomo Arto Lindsay. Un uomo di una certa età che sale su un palcoscenico producendo una musica che non ha nulla di “bello”, secondo i canoni comunemente condivisi, è un uomo che ha il coraggio di essere se stesso di fronte a chicchessia, senza temere in alcun modo il giudizio degli altri e senza cercare di compiacere. Quindi ha la forza di sopportare l’incomprensione ed il coraggio di accettare il rifiuto di chi non lo accetta per quello che è. Sono convinto che questa robustezza la si guadagni vivendo intensamente la propria vita ed avendo accumulato un po’ di anni. Non è cosa da giovani.

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Fare una musica così fuori dagli schemi usuali richiede poi una grande presenza di spirito. Nel momento in cui l’artista produce la sua musica deve essere completamente presente. Non può permettersi di inserire una sorta di pilota automatico che lo porta a ripetere mnemonicamente gesti e partiture che ben conosce, adagiandosi sulla sua capacità tecnica. L’improvvisazione così sofisticata e fuori dagli schemi richiede totale partecipazione dell’artista e se lo spettatore coglie il momento irripetibile a cui sta assistendo, potrà nascere quel magico flusso di emozioni che dall’artista va verso lo spettatore e da quest’ultimo viene riverberato nuovamente verso l’artista in una sorta di risonanza emotiva.

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Vi è vicinanza tra questo modo di fare musica e la fotografia? Credo di si. E proprio in questa vicinanza ho trovato il mio senso del concerto di Arto Lindsay. La musica “sbagliata” che ho ascoltato ha richiamato alla mia memoria le foto “sbagliate” del cui fascino vi raccontavo nel mio precedente blog.
Questi frutti imperfetti di arti perfette raccontano di noi molto più di quei frustranti tentativi di rincorrere la perfezione. Sia ben chiaro: ognuno è libero di creare arte come meglio ritiene; ci mancherebbe! Ciò che voglio dire è che non bisogna temere di mettere in mostra anche il nostro lato oscuro perchè spesso questo è molto più vero e genuino del lato pubblico.

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Uno come Arto Lindsay, che se ne frega se ti piace o meno la sua musica, se lo consideri un genio o un folle e che riesce a stare su un palcoscenico senza nessuna delle protezioni che i canoni della cultura consolidata possono offrirgli, per me è un grande uomo da ascoltare.

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L’intero servizio fotografico sul suo concerto è raccolto nella mia pagina di questo sito a cui vi rimando per una completa visione.

Sabato 11 luglio alle ore 18 c’è stata l’inaugurazione a Sirmione della mostra di fotografia del Maestro Vittorio Storaro dal titolo Scrivere con la luce. Doppie Impressioni tra fotografia e cinematografia.

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Il Maestro Storaro, grande direttore della fotografia o, meglio, come ama definirsi Cinematographer, ha ricevuto numerosi Riconoscimenti e Premi Internazionali tra cui tre Premi OSCAR, conferiti dall’Accademia delle Arti e delle Scienze Cinematografiche di Los Angeles, per i Film: “APOCALYPSE NOW” diretto da Francis Coppola, “REDS” diretto da Warren Beatty, “THE LAST EMPEROR” diretto da Bernardo Bertolucci.

E’ stato un piacere seguirlo passo a passo nella presentazione dei suoi lavori in esposizione, affabile e disponibile a rispondere alle domande del pubblico, intervenuto numeroso all’evento.

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La mostra, a ingresso libero, è organizzata dal Comune di Sirmione con il locale Consorzio Albergatori e Ristoratori e l’Associazione Commercianti e resterà aperta fino al 4 ottobre (tutti i giorni escluso il lunedì, orario 10.30-12.30 e 16.30-19, mentre nelle giornate di venerdì e sabato la chiusura è posticipata alle 22).

L’esposizione pone a confronto una selezione di oltre cento immagini del Maestro, frutto di una ricerca che sintetizza l’intera carriera di Storaro. Le immagini sono tratte dai più celebri lavori del Maestro e sono realizzate «in doppia impressione» direttamente durante la fase di scatto, costituendo un coinvolgente viaggio tra fotografia e cinematografia. Esse bene illustrano il percorso artistico di Storaro che sin dagli inizi si concentra sulla LUCE, sulle sue possibilità di Scrittura, sul suo valore di Dialogo tra gli elementi contrastanti che la compongono, per passare successivamente ad esplorare dall’interno la Luce stessa, scoprendone le valenze espressive dello spettro cromatico, i COLORI che la compongono, dedicandosi infine allo studio degli ELEMENTI fondamentali della vita ed alla loro possibile rappresentazione visiva.

Grande cura è stata dedicata all’allestimento della mostra che ha progettato insieme con la figlia Francesca, architetto e light designer; sono stati infatti utilizzati degli innovativi cavalletti, denominati “i visionari”, che includono una luce posizionata in basso che produce una’illuminazione diffusa dell’opera per ottimizzarne la visione da parte dei visitatori.

L’occasione è stata propizia per acquistare la trilogia del grande Maestro “Storaro, Scrivere con la Luce, i Colori, gli Elementi” (Aurea by Mondadori Electa, 2010), ovviamente con dedica ed autografo, che oltre ad essere testo di studio personale, farà anche bella mostra di se nella mia piccola biblioteca casalinga di libri d’arte.

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L’appuntamento è per ottobre, quando il Maestro terrà un atteso workshop di fotografia a Sirmione. Stay tuned!

Fotografare per me è divertimento, riflessione, scoperta, memoria, emozione.

Mi piace fotografare gli spettacoli, non tanto e non solo per immortalare chi si esibisce sul palco, quanto piuttosto per cogliere e trasmettere quell’atmosfera che spesso si crea durante un’esibizione. Mi emoziona la magia che gli artisti sanno creare nello spettatore, con la loro arte fatta di repliche messe in scena ogni volta con la stessa intensità, come se fosse ancora la prima volta.

Ci sono inoltre luoghi che più di altri potenziano questa magia ed uno di questi è certamente l’Anfiteatro del Vittoriale.

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Seguo da tempo il Festival Tener-A-Mente che da qualche anno, sotto la sapiente direzione artistica di Viola Costa, propone nel periodo estivo un ricco cartellone di spettacoli di alto livello artistico, che trova un grande consenso di pubblico, non solo italiano.

Le proposte dell’edizione 2015 sono presentate nella cartolina allegata che è illustrata con la mia immagine dell’anfiteatro.

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Oltre alla magnifica scenografia dell’anfiteatro, al Vittoriale c’è un altro spazio, più raccolto e più adatto ad esibizioni che richiedono uno spazio più intimo; mi riferisco al Laghetto delle Danze. Qui si vive l’incantesimo di un incontro ravvicinato con gli artisti che si esibiscono in una meravigliosa scenografia creata dal genio dannunziano nei giardini del Vittoriale.

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Al Laghetto delle Danze si tengono i monologhi teatrali che negli anni passati hanno visto recitare i testi di D’Annunzio attori del calibro di Filippo Timi e Alessandro Haber. Quest’anno la direzione artistica del Festival ha voluto ospitare in questo spazio una sezione a parte denominata “Tener-a-mente Oltre”, per dare spazio a musicisti eccellenti del panorama internazionale che si muovono in zone musicali difficilmente identificabili, etichettabili con la fissità di un genere. Per molti di loro, dovendo scegliere, probabilmente si userebbe la parola “jazz”, secondo la regola: “Se non sai cos’è, allora è jazz”.

Le proposte sono presentate nella cartolina allegata che è illustrata con la mia immagine di Haber che recita al Laghetto delle Danze.

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Il Festival ha tutta l’attenzione che merita della stampa nazionale. Cito, tra le tante, la pagina che l’inserto “Io Donna” del Corriere della Sera, nell’edizione del 26 giugno 2015, ha voluto dedicare al Festival, con la mia fotografia a piena pagina dell’anfiteatro gremito di gente con tanto di accredito dell’autore.

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Ieri sera è iniziata l’edizione 2015 del Festival  con il concerto di Paolo Conte. Un grande evento per un grande cantautore, raffinato e profondo. Potete visionare le mie immagini dello spettacolo nella Gallery di questo sito dedicata ai Festival Tener-A-Mente all’indirizzo http://www.maurizioandreola.it/paolo-conte-2015/.

Per maggiori informazioni sugli spettacoli in cartellone quest’anno consultate il sito del festival all’indirizzo http://www.anfiteatrodelvittoriale.it/it/cartellone.

Mantova, piccolo scrigno d’arte incastonato nella Pianura Padana, ospita fino al 6 giugno 5 luglio, nella splendida cornice di Palazzo Te, la mostra dell’artista-attivista, cultore, architetto e blogger cinese Ai Weiwei dal titolo “Il Giardino Incantato”.

Palazzo Te è un grande edificio rinascimentale commissionato da Federico II Gonzaga, Duca di Mantova, all’architetto Giulio Romano ed usato dalla nobile famiglia dei Gonzaga per lo svago ed i ricevimenti dei nobili del tempo che transitavano per Mantova. Dista circa 1,5 km dal centro di Mantova e per chi si muove a piedi, vi si accede da Viale Te, un lungo viale alberato che si diparte da Viale Monte Grappa (vedi mappa). Per chi invece si sposta in macchina, è molto comodo l’ampio parcheggio che si raggiunge da strada Trincerone svoltando a destra dopo il sottopasso ferroviario.

 

L’ingresso di Viale Te
L’ingresso di Viale Te
Viale Te
Viale Te
Palazzo Te, vista della facciata
Palazzo Te, vista della facciata
Palazzo Te, l'ingresso principale
Palazzo Te, l’ingresso principale
La loggia d'onore, vista dall'esedra
La loggia d’onore, vista dall’esedra
L'emiciclo dell'esedra
L’emiciclo dell’esedra
L'emiciclo dell’esedra in una suggestiva vista serale
L’emiciclo dell’esedra in una suggestiva vista serale

All’interno di palazzo Te si trovano numerose stanze splendidamente affrescate.

 Camera di Amore e Psiche: particolare
Camera di Amore e Psiche: particolare
 Camera di Amore e Psiche: particolare del banchetto
Camera di Amore e Psiche: particolare del banchetto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare del soffitto
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete
Camera dei Giganti: particolare della parete

Visitando le splendide sale del palazzo rinascimentale potrete ammirare le opere inedite appositamente composte per questa occasione da Ai Weiwei e da due artisti che da anni collaborano con Ai Weiwei in diversi progetti, Meng Huang e Li Zhanyang. Stimolante è il confronto tra la modernità delle creazioni d’arte contemporanea e la classicità del contesto rinascimentale in cui sono inserite.

Di seguito le immagini di alcune delle opere esposte.

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In esposizione anche una installazione realizzata appositamente per l’occasione da Li Zhanyang, che ritrae Ai Wei Wei al lavoro, nella sua casa di Pechino.

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Ho avuto il privilegio di essere presente all’inaugurazione della mostra e non conoscendo l’artista, speravo di poterlo incontrare di persona. Beata ignoranza… durante la presentazione scoprii che avendo assunto una posizione fortemente critica verso il governo cinese, gli è stato negato il diritto di lasciare il paese. Questo, al di là del valore delle sue opere, mi ha spinto a cercare di capire chi è Ai Weiwei, l’”Artista-Attivista”.

Ai Weiwei nasce a Pechino nel maggio 1957, quindi è un mio coetaneo. È figlio del famoso poeta ed intellettuale Ai Qing che a causa delle proprie idee, venne politicamente emarginato ed etichettato come “nemico del popolo”. Poco dopo la nascita di Weiwei, l’intera famiglia Ai fu forzatamente trasferita nelle campagne a lavorare per essere rieducata. Il padre, a causa della sua fama, dovette sopportare innumerevoli umiliazioni quotidiane ed il figlio fu immerso nella follia della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, iniziata nel 1966. Erano gli anni in cui ad Oriente chi pensava con la propria testa era un reazionario e ad Occidente ci si beava nei miti di una società che ,con l’intento di sfamare il popolo, imponeva una asfissiante uniformità che impediva ogni differenziazione individuale. A questo proposito Tiziano Terzani in “La fine è il mio inizio” (Ed. Longanesi & C., 2006) afferma “io mi resi conto prestissimo che il mio sogno – il sogno di un giovane che studia la Cina sui banchi della Columbia University – era stato l’incubo dei cinesi.”!

Quando nel 1976 terminò la Rivoluzione culturale ed i suoi principali artefici, la cosiddetta Banda dei Quattro, finirono dietro le sbarre, Ai Qing venne riabilitato e la famiglia Ai poté fare ritorno a Pechino, dove trovarono un’atmosfera libertaria in pieno fermento. Ma il vento di libertà che spira in Cina suscita fermenti di pensiero che spaventano il potere; non tarda infatti a giungere di lì a poco la severa condanna di chi aveva osato diffondere l’idea “sovversiva” che la democrazia era la quinta e unica modernizzazione di cui la Cina avesse realmente bisogno. L’aspetto tragico di queste vicende è che le idee democratiche represse dal regime comunista erano state divulgate usando il cosiddetto “Muro della Democrazia” che nell’intento del governo cinese doveva essere usato solo per criticare la Banda dei Quattro.

Questi eventi provocarono in Weiwei, che aveva attivamente partecipato al Muro, un profondo senso di delusione verso la politica e di turbamento per l’arroganza del potere. Partecipa ad un gruppo informale di artisti cinesi, denominato Stars, che promuovono il loro diritto ad un espressione artistica individuale; tuttavia appena se ne presenta l’occasione, lascia la Cina nel 1981 per trasferirsi negli USA a New York. Qui Weiwei cresce artisticamente, frequenta due prestigiose scuole di design, conosce il lavoro di Duchamp e Warhol, è vicino di casa di Allen Ginsberg e, innamoratosi del Dada, abbandona il disegno per la fotografia.

Nel giugno dell’89 è profondamente scosso dagli eventi di piazza Tienanmen e solidarizza con i manifestanti facendo uno sciopero della fame di 8 giorni insieme al gruppo “Solidarity for China”. Nel 1993, a causa delle cattive condizioni di salute del padre, Weiwei ritorna a casa in Cina.

La scena artistica in Cina è molto movimentata in quegli anni e Weiwei vi si inserisce con iniziative di grande risonanza. Si dedica infatti a numerosi progetti artistici e curatoriali, guadagnandosi la reputazione di catalizzatore del mondo dell’arte cinese. Nei primi anni del nuovo millennio si dedica anche a progetti di architettura e nel 2003 fonda il suo studio, il «FAKE Design». Realizza edifici molto apprezzati, la cui elegante semplicità contrasta con lo stile pomposamente barocco prediletto dai costruttori di Pechino. La sua fama cresce sia all’interno della Cina che sulla scena internazionale, sebbene Weiwei non disdegni di promuovere iniziative artistiche provocatorie verso il potere costituito. Fortemente coinvolto nello sviluppo dell’arte contemporanea cinese, nel 2005 gli viene offerta, insieme ad altre celebrità, l’opportunità di partecipare al lancio della nuova piattaforma blog sina.com a cui lui, completamente digiuno di qualunque conoscenza del mondo di internet, aderisce con entusiasmo.

Questa opportunità apparentemente insignificante, trasforma radicalmente la sua vita. Passa diverse ore al giorno a scrivere blog e a scattare centinaia di foto, alcune delle quali postate quotidianamente sul blog stesso. Esplora il potenziale connettivo di Internet a fini artistici ed in un’intervista si spinge a dire che il blog “è stato in assoluto il regalo più interessante che abbia mai ricevuto; per me, ma forse addirittura per la Cina, perchè viviamo in una società che non solo non incoraggia l’espressione delle proprie idee, ma spesso la punisce, come è successo a due generazioni di scrittori. La gente ha paura a mettere qualcosa per iscritto; qualsiasi parola scritta può venire utilizzata come prova di colpevolezza. ecco perchè gli intellettuali cinesi sono così cauti ora.”. E di fronte ad un potere ottuso e soffocante che si affanna a controllare e ad imbavagliare ogni anelito di democrazia e di espressione del libero pensiero, Weiwei rivela sempre un’indole sovversiva che lo porta ad affrontare senza timore le autorità culturali e politiche.

Nel 2008, nel pieno del fermento per i XXIX Giochi olimpici ospitati dalla Cina, Ai Weiwei fu uno dei primi cittadini cinesi a boicottare pubblicamente le Olimpiadi, sebbene il suo nome fosse legato al progetto del nuovo Stadio nazionale, il ben noto «Nido d’uccello», il principale simbolo della Pechino olimpica. Poteva essere acclamato come un eroe nazionale e invece Weiwei decide di assumere una posizione critica nei confronti del regime. Diventato uno dei commentatori sociali cinesi più richiesti ed influenti, rilascia decine di interviste ad interlocutori sia nazionali che internazionali, crescendo di fama e di importanza ma, allo stesso tempo, catalizzando su di se le minacce della censura a causa del suo attivismo che inquietava il regime.

La chiave di volta che lo porta alla rottura con il regime è la sua iniziativa nel marzo 2009 di promuovere un azione collettiva volta a far pressione sulle autorità del Sichuan perchè si assumessero la responsabilità della pessima qualità degli edifici scolastici crollati durante il terremoto nel Wenchuan che causò la morte di migliaia di scolari. L’atto considerato sovversivo dalle autorità fu la sua ferma volontà di raccogliere, insieme ad un centinaio di volontari, i nomi di tutti i bambini morti nel crollo della propria scuola. Il nome di un bambino morto resta solo nella memoria della sua famiglia ma i 5.210 nomi raccolti da Weiwei rappresentavano il più forte atto di accusa verso un potere corrotto e arrogante che negava la propria responsabilità nell’eccidio e usava la forza per ridurre al silenzio i genitori delle piccole vittime.

Ai Weiwei subisce forti intimidazioni; nel maggio 2009 il suo blog viene chiuso dalle autorità cinesi. In agosto dello stesso anno subisce un aggressione da parte di agenti in borghese e in settembre subisce un delicato intervento alla testa a Monaco che gli salva la vita. Nell’agosto del 2010 subisce una seconda aggressione e viene posto agli arresti domiciliari. Nell’aprile del 2011 viene arrestato mentre sta per prendere un volo per Hong Kong e detenuto per non meglio precisati “crimini economici”, viene accusato anche di bigamia in quanto, pur sposato, avrebbe avuto un figlio da un’altra donna. A volte i regimi totalitari, nella loro tragicità, sono anche inconsapevolmente comici: essere accusato di bigamia nel paese delle concubine di Partito è incredibilmente ridicolo.

A giugno del 2011 Ai Weiwei viene rilasciato su cauzione ma subisce forti restrizioni alla sua libertà personale. E’ continuamente controllato, non può esprimere liberamente il suo pensiero e non può lasciare la Cina. Nonostante ciò il suo attivismo artistico non si è arreso ne fermato. Ha reagito alla chiusura del blog utilizzando i 140 caratteri di Twitter (@aiww), non ha smesso di raccogliere intorno a se giovani artisti e di creare opere d’arte che al contrario del loro autore, viaggiano nel mondo, portando a chiunque sia disposto ad ascoltare la testimonianza di vita di un uomo libero e coraggioso.

Questi sono i motivi che dovrebbero spingervi a programmare una visita alla mostra allestita a Palazzo Te a Mantova. Credo che la soddisfazione di conoscere l’opera dell’Artista-Attivista Ai Weiwei vi ripagherà certamente dalla dolce fatica di un viaggio nella terra di Virgilio, in cui peraltro si può anche godere dei piaceri della buona tavola.

Se volete maggiori informazioni sulla figura di Ai Weiwei, vi consiglio la bella pubblicazione dell’Editore Feltrinelli della serie “Real Cinema” dal titolo AI WEIWEI – NEVER SORRY (DVD + Libro) .
Vi consiglio inoltre il blog di Marco Del Corona, vicecaporedattore del Corriere della Sera, in cui è riportata l’intervista a Ai Weiwei del 25 gennaio 2015 e nella quale l’artista parla, tra le altre cose, anche della mostra a Palazzo Te. Qualche nota più approfondita sulla mostra, infine, la trovate nel bell’articolo “Il giardino a palazzo: Ai Weiwei a Mantova” di Anna Vittoria Zuliani per Juliet Art Magazine.

Il Giardino Incantato
Ai Weiwei, Meng Huang, Li Zhanyang
07.03.2015-06.06.2015
Palazzo Te, Viale Te 13, Mantova
+39 0376 288208
www.aiweiweimantova.it

P.S.:

25 maggio 2015 – Grande notizia per tutti gli appassionati: la mostra di Ai Weiwei a ‪#‎PalazzoTe‬ a Mantova è stata PROROGATA FINO AL 5 LUGLIO 2015 (https://www.facebook.com/aiweiweimantova?fref=nf)